La figura autoritaria e la narrazione carismatica sono le carte vincenti di Silvio Berlusconi. Su di esse, fin dal principio, si è basata la sua capacità di essere monarca rispettato, temuto e mai contraddetto e di regnare quindi incontrastato in mezzo al suo popolo. Un immenso popolo “privato”, cresciuto negli anni fino a coinvolgere la massa informe prima del pubblico televisivo, poi dell’intero elettorato italiano, forgiato dalla televisione. Plasmato ad hoc affinché potesse comprendere una sola narrazione, quella del Cavaliere, e ritenerla talmente attendibile da iniziare a considerarla l’unica possibile. E così la popolazione italiana si è spaccata in due: chi ha delegato la propria capacità di pensiero alla televisione e chi è riuscito a rimanere indipendente, seppur non del tutto immune all’influenza della realtà catodica. In breve, quelli che amano Berlusconi e quelli che lo odiano. Millenni di storia culturale e politica mandati in frantumi per ritornare a uno schema di ragionamento basato sulla coppia di opposti più primitivi: odio/amore. Sull’immagine propagandata dalla televisione, il leader Berlusconi è nato e cresciuto, fino a diventare il più importante fenomeno mediatico/politico della storia repubblicana dell’Italia. In televisione Berlusconi ha costruito tutta la propria credibilità: di uomo del fare, di grande imprenditore, di onesto lavoratore, di buon marito, di fedele cattolico, di vincitore e vincente, di ricco e felice uomo di mondo, di leader incontrastato e incontrastabile. Man mano, col tempo, tutte queste caratteristiche sono state messe in discussione dai fatti e dalla storia e poi addirittura dimostratesi tutte rappresentazioni fasulle di una realtà completamente differente: capo di governo inefficiente, corruttore, indebitato, bugiardo, perdente, infelice, traditore. Ma la televisione era sempre riuscita a mascherare ognuna delle pecche commesse dal suo padrone, mistificando la realtà dei fatti con l’artificio della fiction. Questa volta ha fallito ed anzi è stata il mezzo attraverso cui l’immagine reale di Berlusconi è stata per la prima volta trasmessa. Quasi come se
Fini è riuscito laddove la sinistra ha fallito per vent’anni. Ha squarciato il velo di ipocrisia della finzione berlusconiana ed ha permesso allo spettatore di poter osservare Silvio Berlusconi per quello che in quel momento appariva: un uomo anziano in difficoltà e un leader contestato duramente, la cui credibilità era stata messa severamente in discussione. E questo “spettacolo” è stato visto da tutta la popolazione, non solo dal popolo che odia Berlusconi, ma anche, anzi soprattutto, dal Popolo dell’Amore, il Popolo della Libertà, il suo popolo. È vero che i luogotenenti berlusconiani si sono affrettati ad attaccare Fini e a bollarlo come ennesimo traditore per tentare di offrire alla gente una nuova dissimulazione cui abboccare, ma ormai il danno è fatto e questa volta non sarà possibile tornare indietro. Il logoramento potrà essere dilatato fino ai suoi estremi, ci vorranno mesi, forse anni, ma è irreversibile. Il lungo romanzo berlusconiano sembra aver ricevuto una spinta decisiva verso un imminente epilogo. A breve (prima del naturale decorso di questa legislatura) verrà il tempo di nuovi, imprevedibili, sviluppi politici e di conseguenti cambiamenti profondi della società italiana. E non per forza si tratterà di un miglioramento. Tuttavia, per qualche giorno ancora possiamo indugiare sulla scena del delitto e osservare la storia degli uomini ripetersi, diversa ma sempre uguale a se stessa: la televisione è Bruto, Berlusconi Cesare morente, Fini il pugnale.
GIUSEPPE PUTIGNANO