Una mattina come tante, appena sveglia mi siedo davanti al pc e apro, come sempre faccio in modo del tutto maniacale, la mia casella di posta elettronica. Una mail in posta arrivata. “Marco ti ha fatto una richiesta di amicizia su FaceBook”. Su FaceBook?! Io non ci sono neppure iscritta a FaceBook! Ho rimpianto i tempi in cui la cosa che più mi faceva incazzare quando aprivo la mia casella di posta elettronica erano le catene. Già, quelle mail per le quali una bambina di nome Maria è morta di qualche orribile malattia almeno un centinaio di volte, io dovrei aver trovato migliaia di anime gemelle e dovrei essere perseguitata dalla sfiga a vita. Pensavo allora: “ma la gente non ha nulla di meglio da fare, piuttosto che inviare stupide mail a tutta la sua mailing list?”. Come potevo immaginare allora che il peggio doveva ancora arrivare? C’era msn è vero, quel piccolo omino verde sul quale tanto si è detto e si è scritto. Ma msn, discretamente, l’ho usato e lo uso tuttora anch’io, allo stesso modo in cui userei il cellulare, con l’unica differenza che online parlare è gratis. Eppure, già msn aveva dato i primi segnali di degrado nel momento in cui aveva reso possibile alla gente informare altri dei loro cazzi tramite il blog. “Oggi mi sento triste. A scuola una palla. Nessuno riesce a capirmi”. Uno: cosa vuoi che me ne importi? Due: se invece di scrivere che stai male facessi qualcosa per stare meglio, forse risolveresti la metà di quei problemi che nessuno capisce. Tre: il tuo è solo un mediocre tentativo di attirare l’attenzione.
Ora è diverso. È peggio anzi. Oggi c’è FaceBook. E su FaceBook puoi chattare, avere amici, pubblicare foto (se non lo fai qualcuno potrebbe taggarle!), informare del tuo umore, ma soprattutto puoi essere a conoscenza in ogni momento di ogni minima operazione di tutti i tuoi amici di FaceBook. Ci si ritrova ad avere centinaia di amici (veri e non) e ognuno di loro sa sempre quello che stai facendo. È questa l’ultima mania degli italiani, e non solo. Diciamo pure che le mode attecchiscono sugli italiani come fossero humus per le cazzate.
La cosa che spaventa a dir poco, non è tanto il fenomeno in sé, quanto che questo non sia il solito canale per ragazzini, ma sia diventato una moda anche fra gli adulti. Tanto che in alcuni posti di lavoro, ne è stato vietato l’utilizzo perché motivo di distrazione.
Quindi si possono trovare su FaceBook figli, genitori, zii, professori, politici. Persone cioè che, prima dell’avvento di questa piattaforma di social networking, non erano mai state iscritte a simili servizi. Riporto testualmente parte di un articolo letto qualche tempo fa sul Sole24Ore: “Grazie a un restyling lanciato negli ultimi mesi, con una interfaccia immediata, ancor più semplice da usare, Facebook è l'ambiente ideale in cui chiunque può riallacciare contatti lontani nel tempo – non è così insolito essere tirati dentro da compagni di scuola o dell'università – e replicare la propria rete sociale, con cui si passano fine settimana e tempo libero. Niente a che vedere con i mondi virtuali e l'isolamento sociale – presunto – di cui internet sarebbe responsabile: per trarne i maggiori benefici, Facebook invita gli utenti a iscriversi con il proprio vero nome, riducendo l'anonimato e i suoi effetti a percentuali irrilevanti”.
Un commento mi pare doveroso. Parto col dire che FaceBook è di per sé vincente, perché ha saputo coagulare su di un’unica piattaforma tutto ciò che fino alla sua nascita rappresentava il mondo della messaggistica istantanea, dei blog e simili. L’immediatezza delle sue funzioni lo rende uno strumento fruibile, facilmente utilizzabile e sicuramente utile. Ovvio che, pur se ogni cosa viene inventata per rispondere ad uno suo utilizzo pratico, l’uso improprio comporta sempre dei rischi. Si parla in questo articolo di canale ideale per riallacciare i contatti, che non ha nulla a che fare con i mondi virtuali e l’isolamento sociale. Io dico che a volte i giornalisti scrivono senza senso critico. Perché è un fatto, inteso come questione in atto, che molti degli iscritti di FaceBook abbiano finito per riassumere la loro vita sociale entro i margini di un sito. Su FaceBook ci si incontra il sabato sera, si organizzano eventi, si parla, si vive. In un mondo che non è quello reale. Riallacciare i rapporti, certo. Ma mantenerli in una chat, beh questo rasenta lo squallido.
Leggevo, nello stesso articolo, “Time is what you make of it”, il tempo è rappresentato da ciò che ne si fa. Questo dice tutto. Eviterei persino qui persino di parlare di furti d’identità, del fatto che i dati immessi (e anche quelli dichiaratamente non immessi) su queste piattaforme sono visibili a tutti, del fatto che cancellare del tutto i propri dati in un qualsiasi momento è praticamente impossibile. Questo credo sia l’unico punto toccato veramente sinora.
Vorrei ancora parlare, invece, dell’aspetto psicologico e sociale di questo fenomeno. È comprensibile che, quando uno strumento come questo diventa oggetto di massa, è difficile sottrarsi al risucchio del vortice. Purtroppo la nostra società si configura ormai come un insieme indefinito di soggetti tutti pressoché uguali, o quantomeno simili. In tale circostanza ognuno è portato a cercare un suo spazio in cui essere un “io” protagonista invece che uno dei tanti. Avere una vetrina visibile a tutti, con le proprie informazioni, le proprie foto, il fatto di sapere di essere oggetto di attenzione, sono tutte risposte a questa esigenza inconscia. Risposte sbagliate però. Perché, per questa via, l’isolamento e l’omologazione sono destinati a crescere, non a diminuire. E con essi il disagio.
La persona deve emergere nel mondo reale per uscire dal circolo vizioso del qualunquismo anonimo. Non si può pensare di misurare il proprio valore in base al numero degli amici di FaceBook. Il valore, il talento, l’intima coscienza di esserci, sono elementi che si formano nella sfera privata. E questa va salvaguardata, non sbandierata ai quattro venti. Spogliarsi di sé senza preoccuparsi di chi assorbe l’immagine/riflesso così emanata è violare prima di tutto sé stessi.
Internet è la più potente arma messa a disposizione dell’uomo. Con internet il sapere e la conoscenza sono raggiungibili da chiunque e in qualunque momento, in qualunque lingua, in qualunque parte del globo. Posso essere qui e nella più grande biblioteca del mondo contemporaneamente, come se il mondo e ciò che contiene mi appartenessero. E il fatto di avere la capacità di essere protagonista di questa rivoluzione è di per sé una cosa grande. Questa è la faccia positiva della moneta. Non quella che degenera la tecnologia e spezza il confine labile tra immateriale e reale.
Concludo, con un’osservazione che non posso trattenere. L’Unione Europea ha capito il rischio che si corre continuando a fomentare tali fenomeni, o comunque non facendo nulla per arginarli. Ed è così, che ha proposto di vietare l’utilizzo di FaceBook. Il nostro Cavaliere non era d’accordo. Non aggiungo altro. Basti questo, in ultima analisi, a far riflettere.
ALESSANDRA NEGLIA