Confusione nel centrosinistra.

La soluzione? L’estrema destra.

 

Questo è il racconto di una lunga storia d’amore che sta per finire male (forse!). Quella tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi.

 

L’interesse di Fini per la politica nasce nel ’68, per caso, quando si ritrova coinvolto in uno scontro provocato da alcuni militanti di sinistra che contestano contro la proiezione di un film sul Vietnam. La violenza dello scontro colpisce Gianfranco, il quale decide di iscriversi alla Giovane Italia, associazione studentesca nata in seno al Movimento Sociale Italiano. E qui inizia la sua gavetta politica.

Nel ’77 Almirante lo vuole segretario nazionale del Fronte della Gioventù. Nel frattempo si è distinto come giornalista presso le redazioni del Secolo d’Italia e del quindicinale Dissenso.

Nell’83 viene eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati, poi di nuovo nell’87, mentre Almirante lo nomina suo successore, perché, come lui stesso dichiara, Fini è un «giovane, non fascista, non nostalgico, che creda, come ormai credo anch'io, in queste istituzioni, in questa Costituzione. Perché solo così il Msi può avere un futuro». E alla segreteria dell’MSI rimane quasi ininterrottamente dall’88, quando scompare Almirante, al ’95, quando, con la svolta di Fiuggi, il partito si scioglie e nasce Alleanza Nazionale, di cui Fini è presidente. Avviene così il distacco dall’ala fascista, che convoglia nella Fiamma Tricolore.

Nel ’93 aveva gareggiato per le comunali a Roma con Rutelli, e già l’imprenditore Silvio Berlusconi aveva mostrato i suoi primi apprezzamenti nei suoi confronti. La scintilla stava per scoccare. Ed infatti nel ’94 ben quattro ministri del partito di Fini erano entrati a far parte dell’esecutivo del governo Berlusconi. Da questo momento Fini e Berlusconi diventano inseparabili o, per meglio dire, Fini diventa inseparabile da Berlusconi, perché Silvio a dividersi la leadership con un altro non ci ha mai neanche lontanamente pensato.

Dal 2001 al 2006 Fini è vicepresidente del Consiglio nel secondo governo Berlusconi, rappresentante del governo italiano alla Convenzione europea per la stesura della costituzione europea dal 2002, ministro degli Esteri a partire dal 2004. Le cariche e i riconoscimenti arrivano uno dopo l’altro. Quella di Fini sembra una scalata inarrestabile, almeno fin sotto l’ombra del Cavaliere. A lui si deve la legge per la regolamentazione degli extracomunitari e quella che abolisce la distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti.

Nel frattempo continua, simbolicamente e nei fatti, il processo, già iniziato nel ’95 a Fiuggi, di defascistizzazione di AN, che si appresta a proporsi come partito esponente di una destra moderata e moderna (se così non fosse del resto, non andrebbe avnti!). La fusione con Forza Italia è già nell’aria. Le prime avvisaglie di cambiamento si hanno quando Fini prende posizione a favore della procreazione assistita e delle coppie di fatto. « Se ci sono diritti o doveri delle persone che non sono tutelati perché fanno parte di un'unione e non di una famiglia servirà un intervento legislativo per rimuovere la disparità. Naturalmente quando parlo di persone mi riferisco a tutti » afferma in questa circostanza Gianfranco Fini.

La possibile unione tra Berlusconi e Fini incontra l’opposizione di altre due donne che nel frattempo stanno corteggiando il Cavaliere: la Lega Nord e l’UDC. Quando Berlusconi da vita al Popolo delle Libertà, Fini annuncia che AN non ne farà parte poiché poco chiaro e superficiale il modo in cui questa coalizione è nata. È con la caduta del governo Prodi che Fini si riavvicina al suo antico alleato e insieme decidono di presentare alle imminenti elezioni AN e FI sotto il simbolo unico del Popolo delle Libertà. « È cambiato il patto politico » afferma Fini per spiegare il suo cambio di rotta. « Ero e sono contrario a confluire in un partito deciso unilateralmente da Berlusconi, della serie: prendere o lasciare. Così non è: tutto quello che stiamo costruendo e che costruiremo fa parte di un progetto condiviso assieme ». Fini è totalmente ammaliato dalle promesse del Cavaliere, il quale (e i fatti l’hanno dimostrato) vuole soltanto convogliare verso la sua persona quella grossa fetta di elettorato che Fini si trascina dietro. Accrescere il suo potere personale. Eliminare un amico scomodo, perché troppo ingombrante, ingoiandolo nel modo più subdolo. O forse Fini ha solo interesse a salire per tempo sul carro del vincitore.

Nel 2008 la vittoria elettorale. Fini lascia la presidenza di AN. Il partito sta per essere sciolto. Fini si richiama ai valori costituzionali e assolutamente antifascisti di libertà, uguaglianza e giustizia sociale. Il cordone ombelicale è stato definitivamente reciso.

Siamo oggi agli sgoccioli del 2009. Berlusconi è ancora il capo incontrastato del nostro paese. Fini, lungi dal diventare il suo delfino, continua a vivere alla sua ombra. Una delle tante particelle che il Cavaliere tiene unite per consolidare il suo potere. E c’è da dire che ci riesce abbastanza bene.

Dall’altra parte vento di burrasca agita il PD, quell’utopico progetto di centrosinistra che doveva proporsi come valida alternativa al Popolo delle Libertà. Utopico perché ha la pretesa di riunire sotto la stessa sigla partiti e leader che non possono stare insieme, tanto più perché manca una figura cardine che faccia da collante, l’antiberlusconi che possa rivaleggiare col suo contrario.

A pochi giorni dal Congresso, che decreterà chi sarà il nuovo segretario nazionale, tra i tanti nomi saltati fuori per prendere il posto che è stato di Veltroni, aleggia nell’aria il più impensabile.

Proprio Fini, che il Giornale di Mario Giordano ha definito a buona ragione « un professionista della politica, un contenitore pronto a riempirsi del liquido più potabile ». Quello stesso Fini, che forse deluso e stanco di restare all’ombra del grande capo, ormai divincolato da un partito di cui doveva seguire le linee, ora emerge figura solitaria nel pieno di quello che può essere considerato il suo secondo “Fiuggi”. Sarà forse che la maturità e l’esperienza acquisita negli anni lo stiano portando adesso verso l’ultimo stadio della sua defascistizzazione? Oppure il suo ennesimo voltafaccia politico di fronte alla mancata realizzazione di un’aspirazione antica, quella di essere Presidente del Consiglio? Non si sa. L’unico punto su cui molti concordano è che Fini adesso sembra essere il leader ideale per il PD, leader « laico, sociale e antifascista ». Del resto il PD potrebbe essere per Fini la grande occasione che sotto Berlusconi non è mai arrivata, così come Fini per il PD potrebbe essere quell’uomo energico e carismatico in grado di dargli finalmente vita. Contraddittoria come cosa? Dipende. Ricordiamo che è stato Fini a proporre il diritto di voto agli immigrati, a difendere la laicità dello Stato, a criticare in modo severo il cesarismo, e non sono certo questi aspetti inconciliabili con gli ideali propugnati dal centrosinistra. Certo è lecito chiedersi come mai solo ora si sia deciso a sbandierarli. E la nota della delusione d’amore non sembra fuori luogo.

Il cerchio si chiude quindi: Mussolini era socialista ed è diventato fascista; Fini, nato politicamente tra gli ereditieri del fascismo, si appresta ora a tornare verso il punto d’origine. Entrambi per convenienza. Per quanto si dichiari poco fascista, Fini ha molto di Mussolini. Soprattutto se parliamo in termini di carattere e coerenza.

Chiudo con una riflessione: il PD, che doveva rappresentare « l’alternativa possibile », non essendo stato in grado di gettarsi dietro i resti di una politica vecchia, deve ora guardare per risollevarsi all’ala politica completamente opposta. Che la cosa vada in porto oppure no, questo dato resta. Il nostro centrosinistra non ha uomini che possono guidarlo, solo tante teste che pretendono attenzione senza darne. Non esiste opposizione perché non esiste partito. E questo, in una democrazia, è gravissimo. Tra chi si entusiasma e chi spera è legittimo porre un grande « ma ».

ALESSANDRA NEGLIA

Written on Venerdì 04 Settembre 2009 18:06 Ultima modifica Giovedì 19 Maggio 2011 18:12