Confesso l’amore per l’allegoria e per la grande forza retorica degli eventi storici. L’amore per la contemporaneità quando essa traduce nelle scelte del quotidiano le perturbazioni del tempo, tra “ipotesi di passato” e “memorie del futuro”. È questa inversione epistemica, questa scordatura della logica che ci permette di leggere, all’ora del tramonto, le vicende di un ennesimo ambiguo esito elettorale.
Dalla Puglia, terra federiciana e borbonica, nulla di nuovo. La supremazia dell’orgoglio mediterraneo si misura nelle “ragioni del pescatore” che non prega mai perché un dio eviti le tempeste ma impara, s’avventa e s’inquieta per imparare a dominarle. Al momento giusto.
Così sa virare oltre le onde di traverso e oltre i flussi velenosi (come cinque anni fa scegliendo l’anti-fittismo vendoliano) oppure sa tener ferma la rotta quando s’avvede di un porto lontano ma rassicurante (come in questa scelta che ha significato “andiamo avanti”, senza il bisogno di evitare più nulla). Vendola è l’uomo di mare che sa navigare, anche in caso di burrasca. E per la nostra terra l’aperto è un Mediterraneo assai pescoso ma periglioso. Lo sanno bene anche gli uomini della Poli Bortone che hanno saputo remare su di una zattera perfettamente consci di dove fosse diretta la prua.
Ma la Puglia da penisola s’è fatta isola anche se adesso pagherà a caro prezzo l’isolamento dal Palazzo (pur dopo aver inflitto uno di quei duri colpi che generalmente fanno cadere per primi i calcinacci più scadenti. Leggi Raffaele Fitto).
Il resto della terraferma invece è al centro di scosse sismiche superficiali: le peggiori. Perché non sconvolgono le coscienze profonde ma solo quelle più esposte al vento e perché creano le maggiori vittime.
Berlusconi ha vinto. Sembra. Ponendo così le basi del proprio personalissimo trapasso. Politico intendo. Quello che per gli italiani significherà il passaggio del testimone dal Pdl alla Lega, vero erede della macchina di lusso del sistema centrodestra. Una Lega capace di aizzare i popoli in uno stare contro a priori, in una tensione militaresca sempre rivolta, sempre allerta. Anche quando a governare sono gli stessi leghisti. Curioso.
E la Lega approda con i suoi seggi in Toscana e in Umbria: metastasi che testimonia l’esigenza culturale di sentirsi forti, difesi, arroccati dietro alle identità che maggiormente garantiscono la salvezza dal relativismo ideologico e dalle contaminazioni identitarie.
Per quanto si sforzino di gridare al panico, Grillo e Di Pietro non fanno che procrastinare l’elegia delle aberrazioni, delle rivoluzioni polverose. Ma, di fatto, alla contaminazione dei poteri esecutivo e legislativo non altro si propone se non la collimazione tra esecutivo e giudiziario.
La “focalizzazione degli estremi”, dottrina sociologica strutturalista che analizza la comunicazione e le rappresentazioni sociali come inevitabilmente destinate al trionfo delle tesi e dei pesi più sbilanciati, è pienamente in atto. E porta inni a quei rappresentanti politici in grado di urlare più forte. Nessuno sa più sussurrare ai cuori degli elettori. Salvo, a volte, qualche verso di Nichi.
Mentre Bossi presenta all’Italia l’ottimo Renzo, suo figlio, primo degli eletti a Brescia; mentre Grillo si esalta per un quattropercento assolutamente perfetto per rilanciare Cota e la Lega; mentre Casini inforna a destra e a sinistra ma anche in proprio (modello di un anti-bipolarismo da rodare meglio); mentre Fini… già, un momento, ma Fini? Attende il dopo-Berlusconi, si ipotizza qua e là. Fini invece ha poco da aspettare e, in verità, siamo costretti tutti ad invocare il suo ausilio. Il Centro-destra potrà implodere solo dal suo interno, solo se le forze intestine produrranno quella inevitabile combustione che difficilmente potrà essere controllata.
Chi ha davvero vinto è l’astensionismo. Anzi, personalmente, credevo vincesse di più larga misura. Perché votare significa AFFERMARE (sostenevo poco fa nella Facebook-room di una conversazione con una candidata). Affermare dunque. Ad-firmare. Fermar(si) presso. Con una prossimità che è principio-speranza di dialogo, di incontro, di messa-in-comune delle idee. Ma questa prossimità non ha più alcuna forza coesiva se votare oggi significa soltanto “FERMARE” qualcuno o qualcosa.
Dicevamo in apertura delle allegorie. Questa mattina la Capitale d’Italia si è svegliata senza un pezzo della propria storia. Della nostra Storia. Il crollo “accidentale” di una stanza, la quindicesima, della Domus Aurea è quanto di più simbolico potesse accaderci oggi.
La Sovrintendenza (U. Broccoli) ha affermato: «Per fortuna era un'area che raccoglieva reperti archeologici di secondaria importanza». Ebbene, quest'area sarebbe il "Grottone", la reggia-museo sotterranea dove Nerone visse quattro-cinque mesi prima del Suicidio a 31 anni. Nerone, attenzione, ci visse pochi mesi prima di realizzare la coscienza dell’errore e del dramma.
Oggi invece crolla un racconto di storia universale: perduto per sempre. Era in restauro da cinque anni eppure, come afferma in maniera inquietante Broccoli “è la triste realtà, i monumenti crollano”.
Che dite, proviamo a leggere il crollo dei monumenti come una metafora (magari un auspicio per qualcuno) o iniziamo ad incazzarci davvero?
ROBERTO LACARBONARA