La gauche prevedeva tempi e modalità da club e(sc)lusivo e ristretto.
Una militanza fatta di furibonde litigate ad entropia crescente, di irrefrenabili tentativi di divisione del neutrino, di movimenti o gruppi, i cui costituenti tutti, potevano tranquillamente sedersi al tavolino di un bar e magari ci rimaneva libero pure qualche posto, di musica da ascoltare p’ forz e quella da cui non farsi sfiorare affatto (salvo poi, di nascosto, a casa, con le cuffie nelle orecchie, a struggersi di fragole buone buone).
C’è stato quel tempo che è coinciso anche con gran parte del mio di tempo. Con tutti i suo limiti ed assurdità. Ma con il pregio assoluto e unico per cui dirsi di sinistra era anche farsi di sinistra. Ai tempi della circonvallazione, negli anni a doppio zero (come la farina), insomma in questi giorni qua che ci girano attorno, la parola sinistra, nel nostro paesino, assomiglia tanto ad un extra-comunitario di Rosarno: senza diritto di cittadinanza. Cornuta e mazziata. Agnello sacrificale buono con le patate. Eppure Dio solo sa quanto invece ci sarebbe bisogno di rimetterla in circolo. Fatica immane certo. Modello Sisifo con masso. Però forse ne varrebbe la pena. Prendendola sul serio senza prendersi sul serio.
GIUSEPPE CONTE