Lo tzunami, questa volta è nell’aberrazione umana. Nel giro di pochi mesi, dai sussulti di libertà che si levavano attraversando il nord Africa, per finire alle porte d’Europa con l’Albania, siamo passati alla guerra, alla sopraffazione di ogni sussulto. Cambia la storia e con dolore.
La guerra non la merita nessuno, nessun essere umano, nemmeno il più feroce dittatore. È un po’ come per la pena di morte. L’umanità è stretta da un vincolo fraterno imprescindibile, poiché l’umanità è una. La sofferenza dell’uno è la sofferenza dell’altro. E così la morte.
A farne le spese, con la guerra, non sono certo i potenti che la muovono, ma il popolo che la subisce e che la finanzia col sangue e con la vita. Allo stesso tempo, per chi la muove, la guerra è il fallimento della politica e di ogni possibilità dialettica e di relazione tra gli uomini.
Credo che la via della mediazione strategica, come il costringere il dittatore all’isolamento politico internazionale, un po’ come mettere alle corde l’avversario sul ring delle relazioni, sia la migliore soluzione (scarsamente perseguita), l’unica degna. Gli stati e gli uomini, come anche Gheddafi e la Libia, non hanno storia e futuro al di fuori dei rapporti democratici se questi sono perseguiti e praticati in libertà e condivisione.
In vero, accade spesso che, l’occidente si rende tacitamente complice delle dittature, da quelle più subdoli a quelle più feroci. Il governo italiano, con Gheddafi non è stato da meno, almeno negli ultimi 15 anni. Armi e autostrade in cambio di gas e petrolio. Ed ora, prima di portare a temine le autostrade è tempo che si consumino un po’ di armi, così, per tirare avanti l’avida baracca.
È questa la logica perversa che sta portando l’occidente, Italia compresa, a muovere guerra contro un potere alimentato e sostenuto dall’occidente stesso. Un sistema che si autoalimenta.
In realtà sappiamo che, spesso, guerre come questa contro il dittatore libico, fanno comodo alle le parti in gioco. E, ancora una volta, vediamo che, tra le parti in questione, il popolo che soffre e si ribella, che chiede democrazia e libertà, non ha alcuna parte in gioco per l’affermazione delle istanze di civiltà. Ahimè!
Se non ci fossero in ballo il petrolio e gli investimenti degli occidentali in territorio libico, pensate che interesserebbe a qualcuno degli attuali interessati (mi si scusi il bisticcio) di difendere il popolo libico e affrancarlo dalla dittatura? Se così fosse allora non si capisce perché, un tiranno nevrotico come Gheddafi, è stato tenuto in piedi, sostenuto dal baciamani! Oggi l’Italia ripudia la Libia ma non la guerra.
La nostra costituzione, intanto, a scanso di equivoci, insegna, ricorda, ammonisce che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. (Art. 11)
GIUSEPPE VINCI