Cassazione intasata da invettive ma, sappiate che…

Troppi usano i tre gradi di giudizio per reagire anche al più banale degli insulti.

Se urlato fra pari, il termine “vaffanculo” non è un reato.

Nel '500 un alto prelato, Monsignor Della Casa, decise di scrivere un trattatello nel quale si ragionava «dei modi che si debbono o tenere o schifare nella comune conversazione». Pochi, oggigiorno, lo hanno letto, ma il suo titolo è passato nel linguaggio comune, per cui comportarsi secondo il “galateo” è l'equivalente di usare «buone maniere». Il Della Casa riteneva l'offesa un peccato veniale, per cui scriveva che «quantunque niuna pena abbiano ordinata le leggi alla spiacevolezza et alla rozzezza de' costumi (sì come a quel peccato che loro è paruto leggieri, e certo egli non è grave), noi veggiamo non di meno che la natura istessa ce ne castiga con aspra disciplina, privandoci per questa cagione del consortio e della benivolenza degli uomini».

E tuttavia tutto progredisce e migliora per cui, in particolare nell'ultimo cinquantennio, la comunicazione interpersonale ha subito una notevole evoluzione e le buone maniere ormai ce le insegna con una vasta dottrina consolidata, ma anche in continuo progresso, la Corte di Cassazione.

Va detto che questo sentiero è stato aperto quando nei codici di tutti i paesi più progrediti fu inserito il reato penale di ingiuria, il che avvenne quando si decise che il duello (peraltro ancora in auge agli inizi del '900) era un modo troppo drastico e forse primitivo per regolare le offese all'onore. Perché, sia chiaro, di onore qui si tratta. L'art. 594 c.p. apporta, infatti, tutela penalistica al bene giuridico dell'onore. Tale nozione, spiegano i giuristi, tradizionalmente, racchiude due aspetti complementari, l'uno soggettivo e l'altro oggettivo. In senso soggettivo l'onore è il sentimento e l'idea che ciascuno ha di sè. In senso oggettivo, al contrario, per onore si intende il rispetto e la stima di cui ciascuno gode presso il gruppo sociale, in definitiva quella che comunemente si chiama reputazione. Leggendo certe cronache non sembrerebbe che il senso dell'onore, soggettivo o oggettivo, abbia molto corso ai nostri tempi, e neanche un linguaggio forbito sembra usuale, eppure una foltissima schiera di cittadini percorre i tre gradi di giudizio per reagire anche al più banale degli insulti. Ed ecco che la Suprema Corte, dopo audizioni, analisi, approfondimenti ermeneutica, fissa, giorno dopo giorno le nuove – ancorché piuttosto flessibili frontiere dell'insulto.

Sappiate quindi che dire «vaffanculo» non è reato se il fatto avviene in un confronto fra pari, nel caso specifico in un consiglio comunale, e tanto più se l'interlocutore cui rivolgete l'esortazione vi ha appena detto che ci si deve vergognare ad essere comunisti. Annotano, pensosi, i magistrati, nel luglio 2007, che «In realtà è l'uso troppo frequente, quasi inflazionato, delle suddette parole che ha modificato in senso connotativo la loro carica: il che ha determinato e determina certamente un impoverimento del linguaggio e dell'educazione, non potendo peraltro negarsi che, in numerosi casi, l'impiego delle medesime non superi più la soglia della illiceità penale». E tuttavia la medesima Cassazione (altra Sezione) nel luglio 2009 stabilisce che è colpevole un consigliere comunale che ha detto ad un collega «Tu ti stai comportando da cretino», motivando così la decisione: «la tesi sull'esistenza nella nostra democrazia di una superiore area (il confronto politico) in cui si sarebbe sedimentata - grazie ad un lessico fatto di ingiurie reciproche - una sorta di desensibilizzazione ai termini offensivi che perderebbero così rilevanza penale» si collega ad una «concezione degradante della gestione dei pubblici poteri in cui i rappresentanti della democrazia potrebbero esprimere le proprie opinioni con strumenti vietati dalla legge, invocando un trattamento di favore» che è «un'inammissibile diseguaglianza dinanzi alla legge». In definitiva, se siete consiglieri comunali o similia, prima di insultare tirate in aria una monetina.

Se invece siete giovani e automobilisti, potete tranquillamente dire al pedone che protesta perché lo avete sfiorato «Non rompermi i coglioni», perché «non costituiscono reato di ingiuria le parolacce tra automobilisti, specie se giovani, perché le frasi volgari sono usate come intercalare, o come rafforzativo di un pensiero». (2001) Un notevole passo avanti rispetto al 1983, quando la Cassazione affermava che «il fatto che un'espressione ricorra frequentemente nel linguaggio del volgo non vale a privarla del suo contenuto oltraggioso». Adesso, finalmente, il “volgo” può rafforzare il proprio pensiero.

La Cassazione fa giurisprudenza (diritto creativo, si sarebbe detto se Tremonti fosse stato magistrato) e quindi, nel ribadire una condanna per una non accurata rievocazione giornalistica del delitto Filo della Torre, in cui si parlava di vecchi sospetti che erano stati invece smentiti dall'inchiesta, oltre all'ingiuria e quindi alla lesione dell'onore, ha rilevato che «un ulteriore profilo di lesività avrebbe potuto - e può ora ravvisarsi - nella violazione del diritto all'oblio, che, peculiare espressione del diritto alla riservatezza - costituzionalmente presidiato in quanto primaria ed indeclinabile esigenza della persona - ha trovato di recente significativi riconoscimenti nella giurisprudenza civile di questa Corte Suprema». Non solo il povero Vanacore non doveva esser stato informato di questo diritto, per cui periodicamente veniva tirato in ballo per il delitto di via Poma, ma tutta una serie di programmi televisivi o di inchieste dovrà tenerne conto prima di andare a riesumare la lunga serie di casi irrisolti di cronaca nera.

Per rendere attuale il vostro galateo sappiate che potete dire a qualcuno «sei disonesto» se lo dite solo relativamente ad un fatto specifico, non implicando una disonestà assoluta della persona. Non potete dire grevi parolacce sulla suocera assente perché offendete direttamente vostra moglie. Potete e non potete rischiare l'aggravante dell'odio razziale se dite a qualcuno «negro di merda», ci sono infatti due sentenze, una pro ed una contro (nessuna delle due riguarda i cori da stadio), ma potete tranquillamente sentirvi dire «italiano di merda» perché qui il pregiudizio razziale non è assolutamente in causa. Mai e poi mai potete dire ad un magistrato «sepolcro imbiancato», locuzione «il cui significato inequivocamente denigratorio ha risalenza evangelica, cioè ben più che millenaria», ma se avete detto ad un'insegnante che ha «metodi hitleriani» lei ha diritto di prendervi a parolacce.

Se un ufficiale dei carabinieri ferma un extracomunitario cui è stata sospesa la patente, mentre è alla guida di un'auto e quello dice che non guidava lui ma il vicino, giammai l'agente dell'ordine può dirgli «stronzo», ma se lo pensa forse non ha torto. E ancora, non fate linguacce, smorfie o quant'altro ad un vicino con cui state discutendo, specie se ha una macchina fotografica, perché sarete condannati per ingiurie.

Per chiudere l'elenco, la Cassazione ha annullato la sentenza assolutoria per un tale che aveva detto ad una persona «mi fai schifo», cosa che il Tribunale d'Appello aveva considerato un'opinione personale e non un giudizio oggettivo, dato che aveva usato la particella pronominale. La Suprema Corte, con una sentenza semanticamente criptica ha sentenziato essere «affetto da patente illogicità l'assunto che esclude, in concreto, la valenza offensiva dell'espressione «mi fai schifo» sul rilievo che la particella pronominale «mi», in luogo della mera espressione «fai schifo», manifesterebbe l'espressione di un'opinione soggettiva anziché il dato oggettivo o obiettivizzante proprio dell'altra locuzione». D'altro canto»ove fosse plausibile l'ordine di idee sostenuto dal giudice di merito, sarebbe sufficiente anteporre a qualsiasi espressione ingiuriosa, anche la più graffiante o spregevole, la particella pronominale «mi» per rendere la condotta illecita esente da sanzione penale».

Questa vasta panoramica di giurisprudenza è un bene nazionale, da tutelare come ogni altra artistica o pittoresca specificità culturale italiana, in quanto, in quasi tutti i paesi, l'ingiuria è considerata un «reato minore», spesso sanzionato, senza tanti gradi di giudizio, con una ammenda o sanzione o, addirittura, negli Usa, con lavori socialmente utili.

In Italia i magistrati di Cassazione sono circa 700. In Francia molti di meno, forse perché molti reati, per l'appunto «minori», non vanno ad intasare tempo ed energie del livello massimo della magistratura. Naturalmente gli avvocati fanno il tifo perché questo stato di cose non cambi, come dimostra, dopo qualche sentenza considerata troppo benevola, il grido d'allarme che si può trovare in rete «La cassazione vuol cancellare il reato di ingiuria?». Dio ne scampi, dove finirebbe il senso dell'onore degli italiani?

Fonte: http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1653785&codiciTestate=1&sez=giornali&testo=&titolo=Cassazione%20intasata%20da%20invettive

PAOLO GASPARE CONFORTI DI LORENZO

Written on Giovedì 15 Aprile 2010 15:30