Philippe Petit - Credere Nel Vuoto

“Un essere umano sulla sommità di una cima altissima, molto forte ma molto, fragile, è un'immagine perfetta”

 

Philippe Petit nasce nel 1949. A sei anni impara l’arte della magia, poi a fare giochi di prestigio,a disegnare, a costruire impalcature di legno.

Non è un artista da circo, non è un criminale, sebbene girando il mondo sia stato affascinato dall’arte del borseggio e nonostante sia stato arrestato più di cinquecento volte, è un poeta, un poeta dell’aria. Il suo quaderno d’appunti: un filo, teso sul cielo. La sua penna: la sua fantasia, la sua determinazione nel portare a termine ogni suo sogno.

L’arte del funambolo, già presentata nei suoi precedenti libri, spicca in questo con una luminosità disarmante.

La prima impresa è stata a Parigi, Notre-Dame, 1971. Tese una corda tra le due torri e camminò nel nulla, sopra centinaia di persone stupite. Quando scese lo misero in galera, perché era proibito turbare l’ordine pubblico.

Ma ha passeggiato tra le nuvole ovunque, da Sydney alla Torre Eiffel. E vorrebbe ancora farlo in posti estremi, come il Gran Canyon o l’isola di Pasqua.

È buffo pensare alla sua casa, una cattedrale, proprio lui che non crede in Dio. La semplicità delle sue parole svelano una personalità formata giorno dopo giorno, ricca di esperienze e ricca di punti fissi che tengono fermo, stabile il filo invisibile della vita di questo artista. Passione, intuizione, ricerca della perfezione, tenacia, amore per qualcosa, questi i segreti di Philippe che vive alla giornata, avendo fede unicamente in se stesso, provando e perfezionando ogni giorno il rapporto tra corpo e fisico. La fune non è che il banco di prova di questo percorso, il punto d’arrivo della sua fede.

Dice che gli piace andare in «una terra di nessuno in cui nessun uomo è mai arrivato. Perché un essere umano sulla sommità di una cima altissima, molto forte ma molto, fragile, è un'immagine perfetta». Difficile? «Bisogna avere fede, bisogna credere in molti dèi per riuscire a stare lì senza avere il batticuore e mantenere sana la mente». Gli dei di cui parla Philippe, ben lontani forse da quello a cui pensiamo, sono gli dèi della nostra realtà, gli dèi della nostra quotidianità. La forza di quest’uomo che non ha la pretesa di insegnar nulla se non la sua vita, se non i suoi sogni realizzati a mezz’aria dove non vi sono sguardi tanto attenti da cogliere il vero motivo di quelle bizzarre imprese.

Un libro che insegna al lettore la semplicità di un sogno, la difficoltà non tanto di realizzarlo quanto di crederci a tal punto da vivere in funzione di esso. Come scrive Maxence Fermine “Il difficile, per il poeta, è rimanere costantemente su quel filo che è la scrittura, vivere ogni ora della vita all’altezza del proprio sogno. In verità, il difficile è diventare funambolo della parola.” , un meritato applauso e una piacevole lettura va allora a Philippe Petit, un poeta dell’aria, un funambolo, con tutto ciò che di meraviglioso ha in sé questa parola.

DANIELA GENTILE

Written on Mercoledì 22 Luglio 2009 15:29 Ultima modifica Venerdì 20 Maggio 2011 15:32