Il carattere autoreferenziale di questo capolavoro del cinema, nelle sale dal 9 Dicembre 2011, lo rende sorprendentemente moderno. Per chi si aspettava il muto bianco e nero preso e riproposto direttamente dagli anni sopra citati, ha visto sullo schermo la melodrammatica vicenda di un attore Hollywoodiano supportata da una regia magistrale e attori capaci di farti muovere i piedi a ritmo di TipTap.
Miglior Attore Protagonista e Attrice non protagonista sono due delle dieci candidature agli Oscar che il film di Hazanavicius merita di vincere, sebbene in gara con i veterani George Clooney e Brad Pitt.
Jean Dujeardin, nelle parti del celeberrimo George Valentin, è invece un Signor Nessuno sulle passerelle mondiali del cinema. Con un debutto comico e televisivo, il francese Dujeardin ha già in mano una Palma d’Oro, un Golden Globe e un César per l’interpretazione, un’espressività convincente, un viso parlante e senza tempo, un sorriso che conquista. D’altro canto parliamo di muto, di linguaggio del corpo, parliamo dunque di abilità che si moltiplicano per tutte le parole non dette.
L’attore francese è sul set per la seconda volta al fianco dell’attrice Bérénice Bejo, nei panni della talentuosa Peppy Miller, le cui vicende si intrecciano con quelle di Valentin ma hanno rispetto a queste fortuna opposta: da comparsa, Peppy diviene la celebrità indiscussa del cinema sonoro. E tra i due non chiamatela love story. La novità che ha surclassato il cinema del ventunesimo secolo risiede nell’assenza di retoriche amorose, di facili sentimentalismi, lasciando il posto ad un delicato gioco di attrazione, un amore da leggere nella determinazione di Peppy Miller nel voler prendersi cura dell’attore, invece vittima di un orgoglio artistico.
E se parliamo di protagonisti non è ammesso non parlare del più che eloquente cane che accompagna George Valentin dappertutto, sotto i riflettori e nell’intimità. Una presenza non casuale, naturalmente muta, ma non per questo invalida. È anzi il cane a salvare il suo padrone da un incendio ed è il cane il centro delle affettuosità a cui poche volte si concede Valentin, a tal punto da determinare la rottura del suo matrimonio altrimenti “muto”.
Una sceneggiatura dunque brillante, studiata nei dettagli, con momenti in cui la regia raggiunge vette altissime, per esempio nella resa del dramma dell’artista ( il sogno di Valentin è uno di questi), confermando di poter ben avvicinarsi se non di superare i modelli cinematografici cari al regista Fritz Lang, Murnau, Chomet e Ernst Lubitsch, tutti grandi nomi del muto.
Il film non pretende di essere una riflessione sul cinema né tantomeno sulla decadenza dei nostri giorni rispetto a quelli di John Gilbert e Greta Garbo. La cifra parodica del regista, in patria già apprezzata con OSS 117, si trasforma qui in ironico distacco. Il risultato: una commedia moderna ben musicata, emozionante, sorprendente nel finale.
MARIA VITTORIA D’ONGHIA