Titolo originale: Whatever Works
Nazione: USA
Anno: 2009
Genere: Commedia
Durata: 92’
Regia: Woody Allen
Cast: Ed Begley jr, Patricia Clarkson, Larry David, Conleth Hill, Michael McKean
Produzione: Medusa Film
È uscito da poco nelle sale italiane il nuovo film di Woody Allen, “Basta che funzioni”. Di cosa parla? Beh, in due parole parla di un vecchio cinico, di quelli che più acidi e sarcastici non si può, ma anche talmente fragile da tentare il suicidio, il quale un giorno incontra una ragazza molto più giovane di lui, scappata di casa, la accoglie “per una sola notte” e finisce per sposarla. La storia, com’è logico, non ha futuro e lei lo mollerà per un altro, dopo ovviamente una serie di accadimenti che coinvolgeranno tutta una serie di personaggi che girano intorno a loro, a cominciare dalla madre di lei. Detto così in effetti, scarnificato il tutto degli elementi tipici della commedia, mi rendo conto che può sembrar piuttosto triste. In realtà il soggetto viene trattato in maniera così lieve e antisentimentale da lasciare che la disperazione di fondo dei personaggi non venga mai alla luce.
Qualcuno, ho letto in alcune recensioni, ha accusato Allen di essere tornato a New York con una sceneggiatura vecchia di trent’anni e di non avere più niente di nuovo da offrirci. Ma è gente che capisce solo di film e niente di uomini, è gente che spesso scorda l’uomo dietro il prodotto cinematografico. Del resto se ha rimesso mano a una sceneggiatura scritta e chiusa nel cassetto nel 1977 un motivo ci sarà. E questo film, pur se con modestia, rappresenta una piccola evoluzione nel percorso umano e artistico di Allen. Un’evoluzione a cui ammetto di non aver mai creduto di poter assistere. Perché forse per la prima volta contro il nero, contro l’oscurità e il pessimismo che comunque caratterizzano la sua visione delle cose, Allen propone la quieta accettazione. È una cosa importante perché, se anche non è la prima volta che, nei suoi film, si parla dell’accettazione come unica forma di resistenza allo scetticismo, è la prima volta che a proporla non è un comprimario come consiglio al personaggio dietro cui si sublima Allen, ma è l’alter ego stesso di Allen a farla sua. Non so se riuscite ad afferrare lo scarto avvenuto in questo passaggio di consegne. È importantissimo, è tutto qui! Non è più Tracy, la ragazzina di Manhattan che dice ad Allen “devi avere fiducia nella gente” perché Allen ha bisogno di sentirselo dire ma non riesce ad ammetterlo in prima persona. È Allen stesso che parla a noi, attraverso il protagonista Larry David, guarda dritto in camera (proprio come nel finale di Amore e Guerra) e ci dice “questo ho capito, gente, che non si potrà mai raggiungere la piena felicità, l’assoluta serenità ma l’importante è che vada bene, che la felicità funzioni anche solo per quei cinque minuti”. Godere al massimo di ogni istante prezioso, ecco il suo messaggio all’umanità. E so che detto così è molto elementare ma in fondo la conquista più difficile è proprio quella della semplicità. E una cosa è dire e un’altra è sentire pienamente col cuore. Questa è in fondo una vittoria dell’uomo Allen contro il proprio pessimismo. Per cui forse è vero che non riuscirà più a rinnovarsi formalmente, ma non si può venire a dirmi che è un film senza niente da dire. Chi lo dice non ha saputo vedere proprio la più semplice delle verità.
A parte questo Larry David è bravo ma ovviamente non è Woody, anche se capisco che Allen si sarebbe potuto trovare a disagio a recitare tutte quelle battute in cui ammette, anche se con molta autoironia, la proprio consapevolezza di essere un genio e poi gli manca la prestanza fisica per essere un arrabbiato credibile. (E a proposito mi interrogo sullo shock che proverò quando al prossimo film non sentirò più la sua voce doppiata di Oreste Lionello). Evan Rachel Wood, la coprotagonista, è proprio un gran bel pezzo di ragazza! La regia di Allen è al solito rigorosa e molto essenziale, pulita, i tempi comici perfetti. E se anche il film non è il suo capolavoro, né credo che Allen possa farne un altro dopo Match Point, ma poi perché ci si dovrebbe impegnare? Ha già dato e tanto anche! Non ha niente da dimostrare a nessuno e si può vivere anche del semplice piacere di raccontare belle storie, no? Alla fine questo è un film grazioso, fatto bene, non originale certo ma che perlomeno ci offre una briciola di serenità se non proprio di speranza, da parte di uno degli intellettuali più cupi e pessimisti in circolazione. E scusate se è poco.
ANTONIO LILLO