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L’uomo che verrà

“Ognuno è quello che è stato educato a fare”

Titolo originale: L’uomo che verrà
Nazione: Italia
Anno: 2009
Genere: Drammatico, Storico

Durata: 117’
Regia: Giorgio Diritti
Cast: Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Claudio Casadio, Greta Zuccheri Montanari, Stefano Bicocchi, Eleonora Mazzoni, Orfeo Orlando, Diego Pagotto, Tom Sommerlatte, Bernardo Bolognesi, Stefano Croci, Zoello Gilli, Germano Maccioni, Timo Jacobs, Thaddaeus Meilinger, Francesco Modugno, Maria Grazia Naldi, Laura Pizzirani, Frank Schmalz, Raffaele Zabban
Produzione: Arancvia Film 

Nel contesto di un’offerta cinematografica e culturale, o pseudo tale, massificata e ripetitiva, ogni tanto è possibile ammirare un “prodotto” diverso, un’opera significativa, risultato di un lavoro lungo e meticoloso e di solida competenza professionale.

Si sta parlando del nuovo film di Giorgio Diritti, “L’uomo che verrà”, che riporta sullo schermo il periodo di presenza nazista in Italia raccontando un episodio drammatico, il massacro degli abitanti di un’area d’insediamento agricolo dell’Appennino emiliano. Si tratta dell’eccidio condotto dai nazisti tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, quando vengono massacrati gli abitanti dei comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana nell’area di Monte Sole dove è attiva la cellula partigiana Stella Rossa.

L’episodio storico offre al regista l’occasione per immaginare una storia di cui protagonista è una famiglia contadina e in modo particolare una bambina, Martina, che non parla. Dal suo punto di vista e da quello della famiglia si sviluppa la narrazione. Questo punto di vista è consolidato, e il pubblico si ritrova coinvolto e compartecipe, dal modo in cui vengono fatte le riprese, rivolte spesso verso l’altro, come nel caso della scena della fucilazione, dalla scelta di non tradurre il tedesco dei soldati nazisti, che risuona così ostile e incomprensibile, e da quella di conservare come linguaggio nel film il dialetto parlato dagli abitanti del paese.

La narrazione è credibile nella misura in cui la realtà economica e sociale è ricostruita e documentata con accuratezza e attenzione fin nei minimi dettagli con grande attenzione per le dinamiche sottese alle relazioni familiari. Il punto di vista scelto consente di evidenziare la pericolosità della condizione vissuta dagli abitanti del villaggio esposti al continuo contatto con i nazisti e interiormente legati, per sangue e per affetti, alla causa partigiana. Nazisti e partigiani hanno bisogno per vivere e continuare la loro lotta delle risorse alimentari che nel villaggio, che nei villaggi circostanti, vengono prodotti: carne, uova, burro, latte, pane, patate, verdura. Man mano che la lotta si fa più aspra e che le parti incrudeliscono chi ne paga le conseguenze sono i contadini e le loro famiglie: ai partigiani venuti a far rifornimento, un contadino a cui per rappresaglia sono state portate via le vacche dai tedeschi, esprime rassegnato il proprio disappunto. “Noi stiamo dalla vostra parte”, gli viene risposto. I partigiani, sebbene si sforzino e riescano a fermare un’avanzata tedesca, sono costretti a spostarsi continuamente per far perdere le proprie tracce essendo di gran lunga più scarsi per numero e mezzi a disposizione. La bimba Martina, fin dalle prime scene del film, mostra le sue particolarità; non è integrata con gli altri bambini del paese che a scuola la prendono continuamente in giro per il fatto che lei non parla, giungendo al punto da perseguitarla talvolta anche fuori dalla scuola e di additarla come “strega” o creatura del male. Questa “non integrazione” e il suo “deficit” rende la bambina personaggio “libero” della storia e capace di portare nel futuro un segno di speranza, la vita dell’uomo che verrà, proprio in grazia della sua libertà e della sua sensibilità che è prima di tutto capacità istintiva e primordiale di sentire le cose. È lei ad assistere nel suo girovagare all’episodio che scatenerà la rabbia bestiale dei nazisti: “Ognuno è quello che è stato educato a fare” dice un ufficiale nazista ad un certo punto ed è sempre lei ad avvistare le colonne di fumo che si levano in lontananza da alcune case e a segnalare l’arrivo dei nazisti in assetto di guerra.

ANDREA GIANFRATE

Written on Martedì 02 Marzo 2010 09:32