8 marzo - Festa della donna.

Vera ricorrenza o annuale presa in giro?


New York, inverno 1908 - Industria Tessile Cotton. Le operaie scioperano chiedendo migliori condizioni di lavoro. Lo sciopero dura alcuni giorni finché l'8 marzo il proprietario Mr. Johnson blocca tutte le porte dell'opificio e imprigiona le scioperanti nella fabbrica, poi, appiccato il fuoco, le 129 operaie muoiono, arse dalle fiamme. 


(www.italiadonna.it)


La prima giornata internazionale della Donna fu celebrata il 28 marzo 1909 negli Stati Uniti in seguito alla sua istituzione da parte del Partito Socialista Americano. In Italia, nel secondo dopoguerra, la giornata internazionale della donna fu ripresa e rilanciata dall'UDI (Unione Donne Italiane) associando la data dell'8 marzo e la tradizionale festa della mimosa.


(PSI American Declaration of March 28, 1909 in United States)


Dicembre 1977, l'assemblea generale delle Nazioni Unite adotta una risoluzione proclamando una "giornata delle Nazioni Unite per i diritti della donna e la pace internazionale" da osservare in un qualsiasi giorno dell'anno dagli stati membri in accordo con le tradizioni storiche e nazionali di ogni stato. Adottando questa risoluzione, l'assemblea generale riconobbe il ruolo della donna negli sforzi di pace e riconobbe anche l'urgenza di porre fine alla discriminazione e ad aumentare il supporto alla piena ed eguale partecipazione.


(United Nations Day for Women's Rights and International Peace)


Una festa? No. L’ennesima beffa aggiunta all'iniquità. Spesso dimentichiamo che una donna su tre nel mondo è picchiata, costretta ad atti sessuali contro volontà o abusata in altri modi; donne vittime di omicidio ad opera del proprio partner; donne destinate alla prostituzione; casi di violenza domestica; violenza e prostituzione minorile; spose uccise in India perché non hanno corrisposto la dote al marito. In Italia l'80% degli stupri non vengono denunciati. Le cause? Perché avvengono entro le mura domestiche, per paura di aggressioni, per vergogna. 

La realtà come si presenta? Buoni propositi, tante parole, molte dichiarazioni. Ma non è sufficiente la volontà di giustizia per ottenerla, finché la donna resta strettamente legata alla realtà socioeconomica in cui si trova non cambierà nulla. 

Il progresso galoppa e, soprattutto nei Paesi industrializzati, la donna s’illude d’aver conquistato la parità con l’antagonista di sempre, l’uomo. La verità è che resta ancora una merce, un oggetto. Se ci guardiamo intorno vedremo che i posti di potere, le “stanze dei bottoni”, restano saldamente nelle mani dell’uomo, e le leggi continuano a farle gli uomini. La società resta ancora strutturata per creare, in modo costante, antagonismo e competizione fra i sessi. Vige una sorta di legge della giungla dove il più forte, l’uomo, domina e sopravvive al più debole, la donna. La società ha forgiato una regola: elevare la violenza a regola.

Le ultime elezioni in Italia hanno prodotto un contentino per le donne perché sono aumentate, di pochissimo, le presenze femminili nelle due Camere. Ennesima dimostrazione che l’uomo non vuole mollare le sue posizioni di assoluto dominio sulla donna e continua ad attuare il sistema del bastone e della carota. Le donne, nei posti di potere, sono come mosche bianche. Spesso si dimostrano molto più capaci degli uomini ma, al tempo stesso, sono sottoposte a controllo proprio per queste capacità. L’aspetto negativo è quello di vedere queste “mosche bianche” come prodotto finale di qualche arcano movimento che le vede occupare posti in virtù di qualche merito particolare.

Immaginiamo che la donna occupi molti posti di potere, ed abbia la possibilità di cambiare le cose a modo suo; cosa succederebbe? La società diventerebbe più umana, perché prevarrebbe l’indole materna che è insita nel DNA della donna; forse le scalate al potere sarebbero meno cruente, in quanto le donne sono più riflessive; i problemi sarebbero affrontati con più senso pratico, poiché la donna, nel quotidiano, è più pratica dell’uomo; la tutela della salute sarebbe affrontata in modo migliore, in quanto la donna è la prima, nella famiglia, è più sensibile e attenta al tema.

Immaginiamo nell’ambito dei partiti politici e nei Consigli di Amministrazione un effettivo rapporto paritario fra uomini e donne. Si darebbe inizio, in concreto, al vero cambiamento e non ai soliti buoni propositi. Ma sembra che le “mosche bianche” stentino a prendere veramente coscienza della loro forza.    

Sono anni che questa festa è la solita presa in giro perché, come accade per la festa della mamma, la festa del papà, la festa dei nonni ed altre ricorrenze, è la prova che viviamo nel consumismo che incoraggia a spendere per quel giorno, mentre il resto dell’anno tutto rientra nella norma. Festeggiare la donna solo l’8 marzo significava affermarne l’esistenza solo in quel giorno, dimenticando che un anno dura 365 giorni. Era, ed è, ancora questa la domanda: perché ci ricordiamo solo una volta, nel corso dell’anno, che esistono anche le donne, come persone uguali a noi uomini, con gli stessi diritti e doveri? La donna è ancora relegata a un ruolo di subordinazione rispetto all’uomo, nessuno vuole riconoscere che essere donna vuol dire anche essere madre, moglie, compagna, casalinga, operaia ed anche amante se vogliamo; si continua a ricordarsene solo in quella data.

Anche quest’anno vedremo preparare striscioni, organizzare cortei, tenere comizi ed altro ancora per ricordare che esistono le donne, poi le stesse si concederanno “la giornata di libertà” con le amiche per festeggiare in qualche locale e magari assistere a qualche spettacolino particolare perché la trasgressione, in quel giorno, è la norma da seguire. Epilogo pietoso e penoso per una giornata che dovrebbe avere valori e significati ben più alti. Gli uomini assisteranno a questi momenti con ironia e lasceranno che le donne si sentano libere, indipendenti ed emancipate per tutta la giornata; l’indomani tutto ritornerà alla quotidiana normalità e la donna tornerà ad essere “angelo del focolare domestico”. I problemi delle donne vanno risolti solo ed esclusivamente dalle donne. L’impressione è invece che l’uomo voglia costantemente controllare, per poi poter dettare le regole. Negli anni della contestazione donne e ragazze sfilavano in corteo con le mani unite sulla testa e con pollici e indici a forma di triangolo esternando un concetto: “è mia e me la gestisco da sola”. Sembrava l’inizio di un cambiamento vero. Per loro, invece, esaurito il momento rivendicativo, tutto tornava come prima.

Ancora oggi sentiamo storie di violenze e di soprusi contro le donne mentre i colpevoli restano impuniti o se la cavano con poco. La parità dei diritti vuol dire uguaglianza e rispetto in tutto e per tutti. 


STEFANO VERDIANI

Written on Lunedì 07 Marzo 2011 13:40