I bambini non conoscono il significato delle parole ‘diverso’ e ‘handicap’, perché innocenti e privi di condizionamenti. Gli adulti, purtroppo, conoscono tali significati e spesso sono spettatori assenti delle problematiche che vi ruotano attorno. Le due cose sono legate a stereotipi e a loro facciamo riferimento; osservando un bambino “normale” e uno con “handicap” sicuramente penseremo che siano “diversi”, ci guarderemo bene dal considerarli uguali.
Un altro aspetto della diversità, forse quello più grossolano, è la diversità di orientamento sessuale. Oggi è vista da molti come qualcosa di scandaloso, da evitare, da emarginare, da isolare, ma spesso non vogliamo ricordare, forse per voluta ignoranza, che l’omosessualità è stata sempre presente, non è un fenomeno di costume o un nuovo modo d’essere o vivere. Molti preferiscono considerare il “problema” accettandolo, ma tenendosene distanti al tempo stesso. Gli omosessuali sono persone con diritti e doveri come tutti e se rispettano leggi e persone non sono da considerare soggetti diversi da evitare.
Il perché un individuo è, o si dichiari apertamente, omossessuale sono diversi, anche se troppo spesso si è soliti valutarlo come disturbo psicologico, ricollegando facilmente le cause ad un’infanzia difficile, all’ambiente di vita o a qualche trauma personale, senza considerare che a volte soggetti che abbiano avuto una vita assolutamente tranquilla sono omosessuali e vivono la propria omosessualità come gli eterosessuali. Allo stesso tempo, e usando lo stesso metro di valutazione, potremmo sostenere che anche gli eterosessuali, per colpa di problemi e traumi, possono vivere in modo del tutto sconsiderato la propria sessualità. Il concetto di omosessuale come persona che sceglie di vivere la sua sessualità in un certo modo solo perché ha avuto dei problemi, avvalora la tesi cattolica dell’omosessualità come disturbo psichico.
Nel 1974 l’omosessualità fu cancellata dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) pubblicato dall'American Psychiatric Association (APA). Nella prima versione del 1952 era considerata condizione psicopatologica, tra i “Disturbi sociopatici di Personalità”. Nel 1968 rientrò nelle deviazioni sessuali, come la pedofilia, trovando posto tra i “Disturbi Mentali non Psicotici”. Nel 1974 fu rimossa, ma spuntò l’“omosessualità ego distonica”, quella condizione cioè in cui un omosessuale non accetta il proprio orientamento sessuale e non lo vive con serenità. Anche questa voce sarebbe sparita dal DSM nel 1987. Effettivamente, dal 1990 anche l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) depennerà l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, definendola "una variante naturale del comportamento sessuale umano".
Si potrebbe pensare che la questione “omosessualità e malattia” sia un capitolo definitivamente chiuso ma la cronaca, la scienza e la Chiesa ancora scrivono pagine sconcertanti da leggere.
La società, con stereotipi e riferimenti netti, considera diverso ed emargina tutto ciò che non rientra in certi canoni. Il concetto di ‘diversità’ è qualcosa che ha attinenza con normalità e anormalità e non può essere considerato come qualcosa di assoluto, ma una sorta di convenzione che deve essere rivista e discussa; bisogna considerarlo come un concetto che può e deve essere modificato. Coloro i quali credono di essere ‘normali’ non possono stabilire cosa è, e cosa non lo è, ma capire che se io sono diverso da te, allo stesso tempo, tu sei diverso da me.
Non sempre la diversità è anormalità. "Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo guardare le cose sempre da angolazioni diverse", recita Robin Williams in "L'attimo fuggente" di P. Weir.
È sbagliato educare i figli a identificarsi nel collettivo e non nel singolo: in tal modo, prendendo a riferimento determinati parametri, commettiamo l’errore di creare dei diversi che pensano, d’essere normali. Non ci rendiamo conto che impediamo la pluralità dei soggetti.
Pensiamo solo per un attimo a quello che succede nelle scuole, dove i bambini hanno il primo vero contatto con altri bambini di etnie diverse dalla nostra: spesso sono portati a guardare questi soggetti come diversi perché in famiglia ascoltano ragionamenti e considerazioni superficiali. Se in famiglia la diversità è considerata negativamente, quasi fossa una minaccia, come possiamo sperare di pianificare l’integrazione fra popoli con usi, costumi, religioni e modi di agire e pensare diversi dai nostri? Spesso si considera “diverso” lo straniero, il giovane troppo vivace e perfino il ragazzo con handicap fisico: per l’educatore diventa difficile amalgamare il gruppo perché non ha il supporto delle famiglie.
Nella società moderna, che diventa sempre più marcatamente globale, questa “diversità” dovrebbe essere considerata come fonte di conoscenza e non di discriminazione, altrimenti le possibilità di dialogo si annullano sul nascere. Spesso capita di vedere persone sulla sedia a rotelle, ragazzi con lo sguardo assente, altri che camminano in modo anomalo: i bambini li guarderanno con interesse, con curiosità, mentre i giovani con un certo imbarazzo e celato distacco, atteggiamento accettabile per un bambino ma denigrabile per un giovane. Un giovane, o meglio un adulto, avrà un minimo di conoscenza su alcuni termini come: sordità, cecità, paraplegia, distrofia, ritardo mentale, autismo, sindrome di Down.
Quando assumiamo un atteggiamento particolare, osservando queste persone, ci rendiamo conto se la nostra formazione ci ha educato a pensare con spirito critico. Restiamo dell’opinione che non appartengono al nostro mondo, sono “diversi” perché non rispondono a quei famosi parametri ai quali ci riferiamo e nei quali ci identifichiamo. Davanti a questi atteggiamenti di distacco bisognerebbe domandarsi: Il “diverso” sono io oppure lui?
STEFANO VERDIANI