NOCI / Luciano Canfora presenta “ Il mondo di Atene”

Atene: nient’altro che un mito che ha funzionato bene. La democrazia oggi è tutt’altro.

Si è tenuto questa sera, presso il Chiostro di san Domenico a Noci, l’attesissimo incontro, organizzato dal coordinamento cittadino del Partito Democratico, con il prof. Luciano Canfora. Un incontro che voleva essere una presentazione dell’ultimo libro pubblico dal professore, edito da Laterza, “Il mondo di Atena”, ma che si è subito trasformato in un ampio ed elevato discorso sul mito dell’Atene democratica e sulla funzione che questo ha avuto nei secoli a venire.

A introdurre i lavori Giandomenico Dongiovanni, componente coordinamento Pd Noci, il quale ha presentato la serata come l’ultima delle iniziative del Pd in questi ultimi due anni. “Non siamo un comitato elettorale che funziona solo in campagna elettorale, ma facciamo vita di partito. Questa presentazione ci offre l’occasione di discutere del dato costitutivo del nostro stare insieme”. Questo quindi il senso che, incautamente, si voleva dare alla serata. Incautamente perché nato da un malinteso di sottofondo, subito svelato dall’acuto professore, e man mano snocciolato nel corso di tutta la serata. Ma diremo più avanti. A moderare il dibattito – nonostante la difficoltà a dibattere con un tanto valido interlocutore - Beppe Novembre, direttore responsabile di Noci24.it. Di qui in poi  proseguiamo con le parole del prof. Canfora.

Il senso della cittadinanza.

Atene è una città simbolo, esperienza sostanzialmente lontana nel tempo. Ma, nonostante ciò, non c’è nulla di nuovo nel principio su cui essa si fonda: chi ha la cittadinanza ha il diritto di esprimersi in sede assembleare. Principio che ha una storia antichissima, già presente in seno alle assemblee militari arcaiche, dove il guerriero, che rivestiva un ruolo fondamentale, acquistava automaticamente il diritto di cittadinanza. Alla base della cittadinanza vi è dunque inizialmente un principio brutale, ovvero il possesso delle armi, o per meglio dire la possibilità economica e il diritto a possederle. Diritto che escludeva chiaramente le donne e gli schiavi (questi ultimi componente importante e consistente nell’antichità). Ma esisteva anche un altro principio altrettanto brutale, quello appunto del possesso dell’altro. Nella società ateniese del VI sec. a.C. si poteva diventare schiavi per debiti, con tutte le conseguenze negative che questo poteva avere in condizioni di estrema povertà, considerando anche che essere affrancati era una cosa difficilissima, se non impossibile. Solone, grande legislatore, annullò questa misura, creando però una barriera definitiva tra chi era schiavo e chi non lo era.

Non bisogna dunque lasciarsi ingannare dal mito di Atene. Ci sono due modi e due tempi di vedere questa realtà: possiamo considerare cosa realmente è stata e il modo è stata strumentalmente utilizzata post rem. Il mito ha sicuramente funzionato, alimentando il buon nome della democrazia politica. Ma ciò è frutto di un paradosso gigantesco! Perché diciamo democrazia e pensiamo a quello che noi oggi intendiamo per democrazia, che è quanto di più lontano possa esserci dalla democrazia ateniese. Bisogna tenere presente, infatti, che quella ateniese era una comunità piccola (fattore determinante) e arcaica. Parliamo di 30.000 maschi adulti e quindi 30.000 cittadini veri e propri, a fronte di centinaia di migliaia di schiavi e stranieri senza diritti politici. Solo nell’ambito di una società così piccola si può concepire l’idea di riunirsi in assemblea e governare. Ma si consideri anche che, di quei 30.000, solo una minima parte partecipava all’assemblea (5.000 appena) e fondamentalmente contava chi era presente. Aristofane parla nelle sue opere dell’assenteismo e della pigrizia dei politici (e qui gli esponenti della minoranza in sala ammiccano D.d.R.). Questo anche perché partecipare all’assemblea voleva dire non lavorare e quindi subire una perdita economica. Per cui, ad un certo punto, si è pensato di garantire un salario minimo, di 2 oboli (pari a quanto percepito da un operaio specializzato), a chi partecipava all’assemblea, come risarcimento. E questa sembrò una riforma di notevole portata. Ciò però comportò che una massa di nullatenenti potessero pensare di fare i politici come professione.

Tutta la massa dei signori che prima si facevano guerra tra loro, potevano decidere tra l’accettare l’assemblea o l’aspettare che essa si sfasciasse. Nel momento in cui l’intera penisola greca fu minacciata (nel 480 a.C.) da un’invasione senza precedenti da parte dei persiani, si venne a creare un’alleanza militare molto approssimativa fra le poche città in grado di mettere su un esercito. Atene in quell’occasione ebbe la genialità di spostare spostare la guerra sul male. I persiani invasero e distrussero la città, ma furoni attratti nelle strettoie dell’Attica e sconfitti. Atene quindi diventò improvvisamente il punto di riferimento per tutta la regione. La polis sapeva benissimo che la sua forza era nelle navi, che servivano non solo per la guerra ma anche al commercio. Il dominio sugli alleati era percepita come una fonte di ricchezza, irrigidita in seguito dalla forma del tributo. L’allargamento dell’area di influenza fece però venir meno le condizioni per una vita democratica. Cambiò il concetto di cittadinanza: il corpo civico veniva selezionato sulla base della ricchezza (ovvero la capacità economica di armarsi). I téti (proletari) diventarono un peso, perché avevano conosciuto la vita democratica e si videro ad un certo punto privati dei diritti acquisiti. La lotta tra chi voleva preservare una cittadinanza allargata e chi no fu stata dura.

A partire dal XIX secolo la parola democrazia ha cominciato a significare la possibilità di un potere non solo nelle mani di un gruppo, ma di tutti. Con gli egoismi e le disparità che ciò ha determinato. Basti guardare per esempio alla Francia a cavallo della Rivoluzione: avevamo lì una metropoli che si reggeva su metodi che potremmo definire democratici, soltanto grazie al fatto che vi era un’intera periferia che lavorava affinché ciò fosse possibile.

Il rapporto con l’esterno.

All’inizio vi erano delle alleanze, in cui tutti erano uguali. Per fare un raffronto con una realtà a noi più vicina, a metà XX sec. è nato il Patto Atlantico, con la scusante di dover difendere l’Occidente dal pericolo di un attacco sovietico. Cosa che non è mai stata nelle reali intenzioni dell’Unione sovietica. Quel patto serviva, in realtà, a tenere tutte le nazioni che ne facevano parte sotto il controllo degli U.S.A. La situazione ateniese era simile. Con la falsa scusa di dover difendere quel principio democratico che Atene aveva creato contro la tirannide nemica, si  imponeva agli alleati un sistema politico, al fine di un controllo più diretto. Situazione che non ci è affatto nuova. Atene non faceva altro che imporre ai suoi alleati un sistema politico garantito dalla reggenza di sovrani affini. Bonaparte fece lo stesso, portando il modello francese in tutti gli stati a lui sottomessi (Italia, Spagna, ecc.). Atene, possiamo concludere così, ha avuto la forza di imporre un meccanismo, senza essere consapevole dei motivi per cui lo stesse facendo.

Gli strumenti democratici del governo ateniese.

Alla base dell’ostracismo vi era un principio semplice: qualora vi fosse il sospetto che qualcuno aspirasse alla tirannide e potesse diventare pericoloso, si poteva votare a favore di un suo temporaneo allontanamento dalla polis, congelando i suoi beni. Tiranno in origine era colui che mediava tra opposte fazioni. La tirannide nasce in un quadro in cui i signori si facevano la guerra (sottraendosi la fonte di ricchezza principale, che era il bestiame) e la gente comune non partecipava a questo conflitto. Per superare quindi questa guerra civile costante, ci si affidava ad un tiranno, che aveva un forte base popolare. Fu Clìstene a dare un ordine a questo sistema di cose, con la divisione in tribù e la creazione di magistrati che le rappresentassero, mescolando la popolazione al fine di evitare il sorgere di un nuovo tiranno. In quel modo tirannia e democrazia divennero due cose opposte e antitetiche.

La percezione della guerra.

La guerra nell’antichità era considerata un qualcosa di normale. Questo perché allora erano meno ipocriti di noi, che ci dichiariamo a favore della pace, nonostante il fatto che nel mondo ci sono molte guerre, dichiarate e non. C’è da considerare che nell’antichità gli schiavi erano necessari. La principale fonte di schiavitù era la guerra. E dunque la guerra era vista come una cosa normale. La guerra era poi guerra per l’egemonia di territori che potevano divenire ulteriore fonte di ricchezza. Queste dinamiche si complicarono e ingigantirono nel tempo.

Il rapporto fra la democrazia e la macchina comunicativa del teatro.

Il teatro era, oltre che uno strumento politico, anche un arcaico mezzo per veicolare informazioni. Il teatro era politico. Si riteneva, infatti, necessario inculcare il concetto dell’utilità sociale della ricchezza. I ricchi pagavano gli spettacoli perché fossero goduti dalla città. La commedia poteva parlar chiaro, attaccando personaggi precisi, con la valvola di sicurezza della comicità (valvola di sfogo e non necessariamente opposizione). Il teatro era anche percepito come una grande forma di educazione collettiva. Basti pensare che la gente che prendeva parte agli spettacoli teatrali era più numerosa di quella che partecipava alle assemblee. Il teatro tragico aveva un più esplicito fine pedagogico. Essendo il dramma nelle mani dell’artista, diventava però difficilmente controllabile. Nell’azione,le parole che non si potevano pronunciare in assemblea, trovavano un loro spazio. Il teatro tragico era quindi il luogo in cui emergevano tanti valori critici.

Quando nascono i partiti politici.

I partiti politici sono il prodotto della presa di coscienza della classe operaia, nel XIX secolo, che creò i partiti per combattere il suo antagonista – la cultura liberale – in nome del suffragio universale. Prima di allora, non possiamo parlare di partiti prima di allora. Le antecedenti fazioni non sono assimilabili agli odierni partiti politici. Il conflitto fra clan famigliari ad Atene era al centro della lotta al vertice, un vertice che non era poi così lacerato. I leader non erano portatori di principi diversi, era la base più che altro a credere questo (cosa peraltro riscontrabile anche in tempi più recenti). Clan famigliare e clan politico coincidevano. Cambiava la base, ma poi al vertice potevano tranquillamente nascere accordi anche con clan che avevano una base diversa.  Max Weber, in “Economia e società”, parla proprio di questo: questa città assunta a modello, non è altro che una società di persone che sfruttano altre che lavorano. Ciò non toglie nulla al fatto che il mito abbia funzionato.

La democrazia e gli intellettuali.

Anche intellettuale è una parola moderna. I tragediografi potrebbero essere intesi tali, incollandoci su questo termine poco pertinente. Socrate, e tutto l’ambiente che gli si creò intorno, è un caso limite. Politico ma anche in grado di porre domande scomode, fu profondamente malvisto dai suoi contemporanei. Atene era fondamentalmente una città oscurantista, guidata da uomini scettici e conservatori, che guardava no al nuovo come un qualcosa di pericoloso e da combattere.

Le democrazie moderne.

Il paragone con la realtà ateniese non regge. Un paragone che forse potrebbe aiutare a capire ciò di cui stiamo parlando è quello con il cosiddetto sistema misto di origine romana.  Roma ha conosciuto una diarchia, con due consoli che si controllavano vicendevolmente; un senato dotato enorme potere e formato dai cittadini più ricchi; e un collegio elettivo. L’equilibrio di queste tre forze si chiama sistema misto. Le odierne realtà democratiche conoscono un’organizzazione simile. L’ascesa di individui economicamente forti trascende la parvenza solo esteriore di una presunta uguaglianza. L’equilibrio delle forze è sempre sbilanciato verso i detentori della forza economica,  che oggi è forza finanziaria, quindi invisibile, intangibile. È l’autoinganno che bisogna evitare ad ogni costo. Il meccanismo elettorale non è altro che una legittimazione del già deciso. Bisognerebbe lottare piuttosto per ripristinare le ragioni vere che hanno portato alla nascita dei partiti politici, per porre dine ai trucchi elettorali che oggi purtroppo vigono.

Un dibattito intenso, alleggerito dalla cura espositiva del prof. Canfora, che è riuscito a rendere appassionante un argomento non facile da presentare ad un pubblico di non addetti ai lavori, passando dalla storia antica a quella più recente fino all’attualità con la perizia che la sua enorme cultura gli conferisce.

ALESSANDRA NEGLIA
Written on Sabato 04 Febbraio 2012 21:22