Dopo Berlusconi ci può essere di peggio

Una recessione ormai prossima, causata dalla mancata comprensione dei motivi della crisi, e le antiche pulsioni autoritarie e razziste degli italiani possono rivelarsi un mix esplosivo.

Ho atteso a lungo prima di esprimermi sulla fine di Berlusconi (sempre che sia finito davvero) e su quello che ha comportato e che potrà ancora comportare per il futuro dell’Italia. Ho atteso perché ho dovuto attendere che si diradassero i fumi dell’antiberlusconismo. Una pulsione che ha, comprensibilmente, annebbiato le capacità critiche dei migliori osservatori del nostro paese, portandoli spesso e volentieri ad incarnare nel Caimano di Arcore tutti i mali di una nazione (seppure Berlusconi ne rappresentasse effettivamente parecchi). Un paese, al contrario, complesso, articolato, viziato da antichissime pulsioni e arretratezze culturali, come pochi altri nel resto del pianeta. O, perlomeno, nel cosiddetto Occidente.

Con un principio di piglio storico, si può provare a sostenere che la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e il quasi ventennio politico che ne sono conseguiti, siano stati un lungo e significativo, ma pur sempre unico, episodio nell’arco di una più vasta evoluzione del sistema Italia. Un episodio che ha rallentato, interrotto e probabilmente viziato l’elaborazione di un lutto dirimente nella storia del nostro paese: la fine della Prima Repubblica. La fine di un sistema politico, ma anche valoriale, culturale, sociale che ha dominato il nostro paese dal dopoguerra in poi, ovvero dall’inizio della democrazia.

Mentre oggi già si parla di Terza Repubblica, ignorando che almeno formalmente ad ogni “cambio di Repubblica” dovrebbe corrispondere una modifica costituzionale che non c’è mai stata, la società civile ripropone gli atteggiamenti e le impostazioni culturali che hanno dominato la Prima. Ovvero, probabilmente spinti dalla natura del Governo Monti, supportato da una maggioranza che verte verso il centro e ripropone, anche se a valori invertiti (partiti di centro piccoli e grandi partiti sulle sue ali), lo schema di potere democristiano, gli impulsi degli italiani sono tornati ad estremizzarsi. A destra come a sinistra.

La mancanza di chiarezza di fondo nelle dinamiche della crisi economica, causata da colpevoli senza nome e che impone sacrifici ai singoli cittadini in nome di concetti astratti come il debito pubblico e lo spread; la conseguente nascita di un governo tecnico che possa imporre misure lontane da rappresentare una concreta equità sociale, ma che proprio per la sua natura non deve curarsi del consenso popolare ed elettorale; la difficoltà e la negligenza dei mezzi d’informazione a porsi le domande cruciali su quanto sta avvenendo , ovvero: “il debito bisogna pagarlo per forza?”, “chi sono i creditori del nostro debito?”, “se la crisi è stata causata dal crollo delle banche e del sistema finanziario perché si sta facendo di tutto per ripristinarlo, invece di trovare un’alternativa?”. Tutte queste ragioni hanno portato l’humus frammentato e senza identità di quella che una volta si definiva sinistra estrema (dai blogger apartitici, al Movimento Cinque Stelle, ai partiti della galassia post-comunista), a ritrovarsi privi di rappresentanza politica ma uniti in un atteggiamento anti-sistema, come lo era quello del Pci. Utile, quanto mai, alla discussione pubblica odierna ma che, come la storia insegna, può rapidamente sfociare nella degenerazione ideologica. Nel rischio di un ricorso alla lotta violenta che, sia ben chiaro, non si imputa ai movimenti citati prima, ma alla estremizzazione e perversione teorica che singoli membri potrebbero risentire in un rinnovato clima di tensione.

Violenza che invece è già eruttata sul fronte opposto. In quella galassia dove orbitano movimenti neofascisti, post-fascisti o semplicemente xenofobi. Dove orbitava seppur da “esterno” e “simpatizzante” il killer mitomane e razzista di Firenze che ha ucciso Samb Modou e Diop Mor. Movimenti per cui il ricorso alla violenza è stato un arma di frequente abusata anche in un periodo privo di tensioni ideologiche come il ventennio berlusconiano. Anch’essi si pongono in alternativa al sistema democratico vigente. Attaccano i colpevoli della crisi economica e propongono un nuovo sistema autoritario per “rimettere le cose a posto”. Anch’essi sono privi di rappresentanza politica, se si esclude la Lega Nord. Un partito ormai legittimato nelle istituzioni e, clamorosamente, sottovalutato da opposizioni e osservatori per la portata deflagrante dei suoi principi discriminatori. Come crediamo che si comporterebbero i propugnatori della “caccia al negro” in un nuovo clima di tensione? L’episodio del pogrom di Torino, un significativo coacervo delle peggiori pulsioni italiche, ce lo ha già dimostrato. Basta il dubbio che “uno di loro” abbia violentato “una dei nostri”, per aggredire e dar fuoco alle case di un’intera comunità. Forse ancora più grave che un ragazzina di 16 anni, inconsapevole vittima dell’impostazione culturale del suo ambiente di nascita e della propaganda televisiva, abbia spontaneamente considerato credibile accusare un rom di abuso sessuale, per nascondere le “colpe” delle proprie azioni.

Ma sarebbe da sciocchi credere che ciò che sta avvenendo sia una semplice riproposizione dello schema della Prima Repubblica. Un centro composto da partiti legittimati a governare e sui lati movimenti anti-sistema o addirittura esclusi dall’arco costituzionale. Non bisogna appunto dimenticare il passaggio di Berlusconi sulla politica e la società italiana. Un avvento che ha legittimato e portato in Parlamento i rappresentanti peggiori dei peggiori istinti italiani. I quali, perlomeno in Parlamento, rappresentano una preoccupante maggioranza. Da, appunto, i leghisti xenofobi e separatisti, ai post(ma non troppo)-fascisti alla La Russa e Matteoli. Dall’impressionante numero di esponenti in odor di mafia (Dell’Utri, Cosentino, Romano, etc.) ad un’intera maggioranza di venduti, alla Razzi e Scilipoti, che hanno votato contro l’autorizzazione a procedere nei confronti di Berlusconi, sostenendo che davvero il premier considerasse Ruby la nipote di Mubarak. Per non parlare delle intere opposizioni incapaci di fornire una qualsiasi idea alternativa di società post-berlusconiana, a parte singole, rare, eccezioni.

Questa è la classe dirigente che dovrebbe essere in grado di respingere nuove o antiche pulsioni autoritarie. In un Stato prossimo alla recessione economica e a rischio fallimento. In una società molto più incattivita del passato, cresciuta negli ultimi trent’anni all’insegna del più sfrenato individualismo, propugnato dalle televisioni, e intollerante nei confronti delle ragioni altrui, dove persino i moniti della religione hanno perso incisività. In un intero pianeta in evoluzione, dove, anche se più seriamente che da noi, iniziano a moltiplicarsi domande critiche sull’efficacia e sull’istituzione stessa della democrazia. In un mondo globalizzato in cui crescono in maniera esponenziale, eguale e contraria, le rivendicazioni nazionaliste e la collusione economica e finanziaria degli Stati, che comporta, o comporterà, una continua e costante cessione di sovranità nei confronti delle istituzioni comunitarie.

Senza voler essere catastrofisti, l’idea è quella di un treno in corsa, che aumenta costantemente di velocità e che ha come capolinea la maturità democratica. Ma il cui rischio di deragliamento aumenta di pari passo alla velocità. E che potrebbe portarci indietro di sessant’anni o, peggio, in un futuro post-democratico difficile da ipotizzare, se non in film di fantascienza o libri cyberpunk. Insomma, se Berlusconi appartiene finalmente al passato, è il caso di iniziare a preoccuparci, ma davvero, del futuro.

GIUSEPPE PUTIGNANO

Written on Mercoledì 14 Dicembre 2011 14:22