Questi erano i tre pilastri sui quali, il neo Presidente del Consiglio Mario Monti, aveva fondato il suo programma politico pro-Italia, in occasione della nomina. “Manovra salva-Italia”, egli stesso l’ha epitetata, ma la “Manovra salva-italiani” resta ancora un pensiero squisitamente onirico.
Discussa e criticata, la manovra del governo Monti lascia perplessi. Si poteva fare di più, bisognava fare di più, proprio perché il Paese si trova in stato di emergenza. Indicizzazione delle pensioni a parte, l’unica materia che ha beneficiato del decreto, è quella previdenziale perché ha spostato la tassazione, dal lavoro ai patrimoni, ma per il resto, una manovra di sangue e reali lacrime.
C’era molto da fare ma avevano l’obbligo anche morale di osare di più, visto lo stato d’emergenza economica in cui vessa l’Italia; del resto, questo governo Monti, governo tecnico, non eletto dal popolo, era stato chiamato in causa proprio per trovare soluzioni immediate e profonde anti-recessive, specie sull’economia reale del Paese.
Il pilastro della crescita è stato quello più penalizzato da questa manovra, c’è solo la deducibilità dell’Irap ma il problema è che l’”imposta regionale sulle attività produttive”(Irap) ha effetti indiretti sul costo del lavoro, proprio perché essa colpisce i redditi prodotti, al lordo del costo del personale, degli oneri e dei proventi di natura finanziaria delle attività, invece sarebbe stato più opportuno, più efficace, tagliare i contributi sociali per l’impresa (contributi previdenziali e assistenziali) per ottenere un effetto diretto sul costo del lavoro. Le liberalizzazioni sono state pochissime, vi sono state solo per il settore delle farmacie, come non vi è stata la riforma degli ordini professionali e i provvedimenti sul lavoro.
Il pilastro dell’equità è fatto di farina, acqua e condensanti vari. L’evasione fiscale, problema cardine dell’Italia (ogni anno in Italia c’è un’evasione fiscale di 130 miliardi di euro, quasi 6 volte questa sanguinosa manovra), si è ridotto al solo provvedimento di tracciabilità delle transazioni riducendo la soglia a 1000 euro (contanti vietati oltre tale somma). Per quanto riguarda le spese della politica e pubblica amministrazione, il taglio è stato irrisorio, unico provvedimento in tal senso, è stato il taglio delle giunte provinciali anziché optare per il ben più incidente scioglimento dei consigli provinciali (l’abolizione delle province è stato un luccicante araldo di propagande politiche da oltre un decennio, la spesa di questi inetti organi statali è di circa 12 miliardi di euro l’anno). L’aspetto di minore equità si è avuta con la sospensione dell’indicizzazione per le pensioni al di sopra dell’assegno minimo (980euro) perché colpisce quelle persone che non sono più in grado di generare redditi. C’è poi l’ultimo provvedimento sullo scudo fiscale che impone un contributo aggiuntivo e che agisce retroattivamente su chi ha beneficiato del reintegro in Italia dei capitali detenuti all’estero, questo provvedimento è di difficile attuazione perché i beneficiari-evasori hanno architettato società di comodo per passare inosservati.
L’unico pilastro rimasto solido nella manovra è quello sul rigore. La manovra in esame, è un decreto da 20 miliardi di euro che si andrà a sommare ai 60 miliardi delle tre manovre precedenti. L’intenzione del governo, è stato quello di raggiungere il pareggio di bilancio (teoricamente, l’aumento del reddito è massimo quando l’incremento delle entrate corrisponde a quello delle uscite) entro il 2013 ma tale equilibrio si potrà avere solo se, tale manovra, non avrà esiti recessivi. Esiti recessivi probabili, se si considera il fatto che questa manovra raccoglierà 1,5% di PIL (PIL italiano:1550 mld. di euro circa) raccolto quasi tutto con l’aumento delle tasse. Tra l’altro, il pareggio di bilancio era uno dei pochi obiettivi che l’Europa non chiedeva al nostro governo.
Per quanto riguarda le pensioni, c’è stato il provvedimento su quelle di anzianità, il cui provvedimento, non le ha sostanzialmente superate poiché non sono state più inglobate alle pensioni di vecchiaia (diff. tra anzianità e vecchiaia, la prima consiste in chi ha maturato il limite minimo di età anagrafica e/o di anzianità contributiva, prima del raggiungimento dell’età pensionabile, la seconda, si consegue quando si raggiungono i requisiti di età e il requisito contributivo, per quest’ultima devono coesistere necessariamente entrambi i requisiti), ma resta interessante il provvedimento sulla flessibilità della scelta, di quando prendere la pensione di vecchiaia, anche se la griglia di età soprattutto per gli uomini, è stata molto ridotta (66-70 anni) e così come, è stato previsto, l’abbandono definitivo delle finestre mobili. Ma sicuramente non sarà l’ultima riforma delle pensioni.
PAOLO GASPARE CONFORTI DI LORENZO