Secondo dettami costituzionali, il referendum è una fonte primaria del diritto che vincola i legislatori al rispetto della volontà del popolo. È lo strumento democratico che più si avvicina all’ideale teorico del “governo del popolo, dal popolo e per il popolo”. Una formula liberata finalmente, in questa circostanza, dalla retorica populistica dei vari candidati presidenti. Che propongono sé stessi come incarnazione vivente del volere dei cittadini.
È proprio la sua essenza ontologica a rendere il referendum antipatico ai politici. A maggior ragione nell’epoca dei mass media, in cui la propaganda di massa è di solito in grado di orientare larghe fette dell’elettorato. E in cui il voto, spogliato del suo valore sostanziale, è ridotto a mero atto formale dell’esercitazione della propria cittadinanza. La pervasività mediatica è, infatti, meno efficace nel tipo di votazione referendaria.
Nei referendum non vi è la necessità di compiere scelte partitiche, tantomeno legate a simpatie personalistiche. Nel peggiore dei casi possono essere viziati da tendenze ideologiche. Difficile quindi per i mass media vendere un prodotto convincente, come può essere un candidato, un partito o un programma elettorale. L’unica arma in mano ai mezzi di comunicazione di massa, ovvero ai loro proprietari, è l’oscuramento. L’indifferenza programmata. La censura. In modo tale che del referendum non si parli e non si sappia. E non si raggiunga quindi il quorum, del 50% più uno, che ne garantisce la validità. Almeno che, ovviamente, il raggiungimento del quorum noi sia nell’interesse dei media stessi.
Al voto referendario del 12 e 13 Giugno prossimi, su nucleare, acqua pubblica e legittimo impedimento, non è stato risparmiato questo trattamento. Peggio, è stato vittima anche di tutte le possibili distorsioni di un paese come l’Italia, in cui vige un regime ibrido tra post-democrazia e dittatura mediatica.
Evitare è meglio che vincere
In Italia un referendum non raggiunge il quorum dal 1995, quando vi fu l’exploit dei famosi tredici quesiti posti dai Radicali. Il copione è sempre lo stesso. Non c’è una campagna a favore del Sì ed una a favore del No. Chi ha raccolto firme e proposto i quesiti referendari si svena per informare i cittadini che sono chiamati a votare. Chi è contro fa’ di tutto affinché non se ne parli. Si preferisce sempre evitare che una sfida ci sia, piuttosto che provare a vincerla.
Anche stavolta i politici, e non solo della maggioranza, fanno in modo di non parlarne. Ma non solo. Secondo legge, un referendum si può tenere in una data tra il 15 aprile e il 15 giugno. Considerando che il 15 e 16 maggio erano previste le elezioni amministrative, sarebbe stato comodo accorpare le due votazioni. Si sarebbero così risparmiati circa 300 milioni di euro. Ma votare in concomitanza di comunali e provinciali sarebbe significato “rischiare” di garantire al referendum il raggiungimento del quorum.
Il Pd aveva proposto una mozione a favore dell’Election Day, ma non era poi riuscito a convincere il suo deputato Marco Beltrandi (in quota Radicali) a votare a favore. E così, per un solo voto (quello di Beltrandi), la mozione è stata respinta. Il voto è stato quindi fissato per l’ultimo weekend disponibile, le casse dello Stato hanno dovuto sborsare altri 300 milioni di euro (c’è chi dice 400) e il mancato raggiungimento del quorum sembrava garantito. Non fosse perché, in un paese circondato dal Mar Mediterraneo, in un weekend di Giugno perlomeno un italiano su due va in spiaggia.
Un voto contro natura
Nessuno però avrebbe potuto mettere in conto che, stavolta, a favore del referendum si sarebbe schierato un testimonial tanto imprevedibile quanto temibile: il terremoto in Giappone. Con tanto di tsunami e il conseguente crac della centrale nucleare di Fukushima. Un disastro che rischia di mettere a repentaglio la salute di intere generazioni di giapponesi, presenti e future.
E uno dei quesiti del referendum italiano prevede proprio l’abrogazione di una legge che prevede il ritorno al nucleare. Sul nostro territorio. Nonostante proprio un referendum, quello post-Chernobyl del 1987, avesse stabilito a furor di popolo la chiusura di tutte le centrali presenti in Italia. Un pronunciamento popolare che, nell’interpretazione berlusconiana della democrazia, non ha più valenza dopo una ventina d’anni.
Sull’onda dell’emozione atomica, suscitata dalle notizie provenienti dal Giappone, gli italiani si sarebbero probabilmente mobilitati alle urne, nonostante la calura estiva. E così i berluscones sono stati costretti a pensarne un’altra. In un emendamento al decreto omnibus 2011, in via di conversione in Parlamento entro il 30 maggio, hanno inserito una moratoria sul nucleare. Ufficialmente a causa della necessità di riscontrare "nuove evidenze scientifiche mediante il supporto dell'Agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza, tenendo conto dello sviluppo tecnologico e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea".
Tale moratoria non prevede che il ritorno al nucleare venga annullato. Solo che sia sospeso di un anno, in attesa di nuovi risconti scientifici. Una bugia palese che lo stesso Berlusconi non ha avuto timore di smascherare:
« Se fossimo andati oggi a quel referendum, il nucleare in Italia non sarebbe stato possibile per molti anni a venire. Abbiamo introdotto questa moratoria responsabilmente, per far sì che dopo un anno o due si possa tornare a discuterne con un'opinione pubblica consapevole. Siamo convinti che il nucleare sia un destino ineluttabile »
Insomma il volere popolare quando è negativo non conta. Non è giusto che i cittadini votino supportati dall’esperienza indiretta di una catastrofe. Dovranno esprimersi quando non ricorderanno più nulla e, al ricordo sfocato del rischio di un cataclisma, preferiranno una giornata al mare. “Un’opinione pubblica consapevole” è quella che non ricorda.
Con le immagini dei fumi tossici ancora negli occhi, gli italiani avrebbero quindi votato contro il nucleare. E, una volta al seggio, non avrebbero fatto fatica a compilare le altre tre schede referendarie. Due sul via libera alla privatizzazione dell’acqua pubblica e, soprattutto, una sull’introduzione del legittimo impedimento per la tutela della persona del Presidente del Consiglio. Berlusconi avrebbe quindi rischiato di ottenere un voto popolare diretto, di più del 50% dei cittadini, su una delle sue leggi ad personam.
La moratoria sul nucleare sarebbe quindi indispensabile al premier per evitare un vero e proprio referendum su sé stesso. Bisogna però utilizzare il condizionale. Una moratoria su un tema oggetto di un referendum già convocato - oltre ad essere una manovra istituzionalmente impropria - deve essere sufficiente a soddisfare lo stesso obiettivo ricercato dai promotori del referendum. Ovvero la rinuncia definitiva a costruire centrali nucleari sul territorio italiano. Ma il provvedimento governativo rimanda soltanto di un anno l’applicazione della proposta di legge. E, per bocca dello stesso Berlusconi, ha l’unica utilità di non far votare gli italiani in un momento in cui sono emotivamente toccati dal tema. La Corte potrebbe quindi considerarla irregolare e il quesito sul nucleare rimarrebbe valido.
I quesiti
Ma cosa prevede di preciso il quesito? Prevede che l’Italia inizi a recuperare le vecchie centrali nucleari dismesse e ne costruisca di nuove. Tali centrali sarebbero costruite con reattori nucleari di terza generazione, una tecnologia ormai vecchia che sarà stata probabilmente superata al momento del loro completamento. Ovvero non prima del 2020. L’investimento di soldi pubblici per costruirle non sarà recuperato prima di cinquant’anni, poiché comunque andrebbero a produrre solo il 30% del fabbisogno energetico italiano. Genererebbero scorie radioattive che nessuno è ancora in grado di smaltire, con il rischio tutto italiano che, come i rifiuti tossici, finiscano nei terreni controllati dalle mafie. Quindi sotto le scuole e gli ospedali. Inoltre l’Italia, proprio come il Giappone, è posizionata sopra al confine tra due faglie tettoniche instabili che hanno sempre provocato e provocheranno terremoti.
Altri due quesiti riguardano invece due proposte di legge sull’acqua pubblica. Una vorrebbe privatizzare la gestione del servizio idrico. L’acqua non sarebbe più considerata un bene pubblico e il suo prezzo stabilito dagli equilibri del mercato. In pratica, inizierebbero a vendercela con abbonamenti simili a quelli del telefono. L’altra autorizzerebbe il gestore dell’acqua ad ottenere dei profitti garantiti sulla tariffa, caricando la bolletta dei cittadini di un 7% in più, senza un collegamento a logiche di reinvestimento per il miglioramento qualitativo dei servizi.
L’ultimo quesito è sull’entrata in vigore del legittimo impedimento per Presidente del Consiglio e ministri. L’ennesima legge ad personam che garantirebbe al premier, e agli uomini del suo esecutivo, di evitare di presentarsi in Aula in un qualsiasi processo, in caso delle contemporanea incombenza di un impegno istituzionale. A Berlusconi basterebbe quindi organizzare un summit con il presidente di Antigua ogni qualvolta venisse convocato dai giudici. C’è da dire che la Corte Costituzionale ha già ridimensionato la portata di questo provvedimento, stabilendo che la Corte di turno abbia la facoltà di stabilire, di volta in volta, se l’impedimento è effettivamente legittimo.
È importante ricordare che per votare contro l’entrata in vigore di queste norme bisogna barrare il SI. Si all’abrogazione, cioè la soppressione, di queste norme. Se il quorum non venisse raggiunto, resterebbero in vigore. I quesiti sono stati formulati in questo modo perverso solo per fare confusione e creare un ulteriore intralcio alla loro approvazione. Come sempre, i processi democratici sono visti come un ostacolo al conseguimento degli interessi dei privati. E del Privato numero uno.
GIUSEPPE PUTIGNANO