CONVERSANO / Amore e morte: dal mito greco a Truffaut

“Forte come la morte è l’amore”.

“Se un pomeriggio d’inverno”. Entro l’accogliente cornice de La Locanda, a Conversano, l’inscindibile binomio amore-morte ha fatto da padrone all’incontro tenutosi ieri, 11 febbraio. Ospite d’eccezione nonché protagonista indiscussa dell’evento, Paola Ingrosso, ricercatrice e docente di Storia del teatro greco e latino presso l’Università degli Studi di Bari, accompagnata da Alberto Maiale e Lorenzo Vitale. Alla presenza di un pubblico attento e conquistato dal potere della parola, un ritorno alle origini, al mito, nella sua duplice veste di racconto e occasione di riflessione, per trattare di due fra i temi più dibattuti della letteratura di tutti i tempi: l’amore, il sentimento che dà vita e, al contempo, può toglierla culminando nella sua stessa fine: la morte.

Sullo sfondo di uno tra i dipinti più celebri della storia dell’arte, l’Ofelia di John Everett Millais, una canzone malinconica e densa di suggestioni, tanto vocali quanto emotive: Where the wild roses grow, di Nick Cave. Ecco che la musica, lentamente, lascia posto al silenzio. “Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte ingenerò la sorte”: alle parole di Giacomo Leopardi l’arduo compito di inaugurare un incontro in cui è Paola a condurre gli spettatori fra antichi miti, sondando alcuni tra i più celebri amori luttuosi.

Narciso: come dimenticare il giovane innamorato di se stesso? Siamo certi che siano la vanità e l’amore di se stesso a indurlo alla morte? Non è piuttosto l’incapacità di comprendere e ricambiare il muto amore della ninfa Eco? La morte, dunque, come conseguenza del non – amore. Orfeo e Euridice: celeberrima la vicenda dei due amanti, riproposta attraverso le epoche in versioni differenti e, talvolta, contrastanti. Al dolore di Orfeo per la morte della giovane amata, Persefone, regina degli Inferi, intende porre rimedio con la restituzione della stessa. Condizione necessaria a che i due si ricongiungano è che Orfeo non si volti a guardare Euridice prima di aver varcato la soglia degli Inferi. Il mito, tuttavia, c’informa che Orfeo infrange la promessa del noli respicere e perde, in tal modo, ogni occasione di coltivare il proprio grande amore. Ancor più struggente la vicenda di Aurora e Titono, per il quale la dea dell’aurora chiede a Giove l’immortalità, dimenticando di chiedere, altresì, l’eterna giovinezza. Ecco che Titono si trova costretto a invecchiare in eterno, al punto da preferire la morte a una tale condanna. Un altro amore ‘impossibile’, un altro amore stroncato nel suo momento più alto.

Quali, vi chiederete, cari lettori, le ragioni di una tale digressione? Amore e morte: crediamo si tratti di concetti semplici, tra loro legati quasi come il pane e il vino. Il mito, tuttavia, per quanto duttile, è suscettibile di molteplici interpretazioni e visioni, non sempre limpide e lineari. Fra le vicende d’amore e morte più tormentate e, malgrado ciò, poco conosciute, vi è senza dubbio quella di Pentesilea e Achille. Omero, Iliade: siamo alle battute finali del poema epico, che si conclude con la morte di Ettore. È in questo punto che si colloca lo scontro concitato fra Greci e Amazzoni, di cui Pentesilea è regina, nel corso del quale Achille riesce a vincere la guerriera, ferendola a morte. Nel commettere tale atto, tuttavia, lo sguardo dell’eroe incontra quello della fanciulla, al punto che se ne innamora. Tutto, ormai, è perduto. Ad Achille non resta che piangere la morte del suo amore. Per anni dimenticato, il mito ritorna, agli inizi dell’Ottocento, in un dramma tedesco, Penthesilea, di Heinrich von Kleist. Prima che Paola, ancora una volta, conquisti il suo pubblico, lasciamo, ancora una volta, a Lorenzo e, in particolare, alla musica, la possibilità di condurre menti e cuori tra i ritmi lenti e dolenti di Nutshell, indimenticabile pezzo del gruppo Alice in chains, a far da sfondo al quale lo straordinario dipinto di René Magritte, Gli amanti. Ancora tormento e struggimento, incomunicabilità espressa attraverso l’immagine di due amanti che ci congiungono in un dolce bacio, ciascuno il viso fasciato da un lenzuolo bianco: un’ossessione, quasi certamente, legata all’esperienza personale dell’artista, che aveva veduto il corpo della madre annegata in un fiume avvolto in un lenzuolo. Altrettanto personale e personalizzata è la visione che Kleist ha di Pentesilea, non più vittima d’amore, ma carnefice, spietata e, al contempo, inconsapevole. Giocata su un linguaggio che è dichiaratamente militare e nascostamente erotico e sensuale, la tragedia rappresenta, a detta di Kleist, ‘il suo io più profondo’. Egli ne è colpito al punto che vuole farla leggere a Goethe, il quale, tuttavia, ritiene che nulla abbia a che vedere con il gusto neoclassico. Pare, addirittura, che egli ritenga che non si possa rappresentare, per via della ‘sporcizia’, dal tedesco Schmutz. Termine significativo, questo, poiché molti contemporanei vi preferiscono la lettura Schmerz, dolore. Inconcepibile, quindi, un dramma in cui a dominare siano fango e polvere, violenza, bestialità, brutalità, ferinità. Perché questa lordura? Dov’è questa lordura? In Pentesilea, nell’amore carnale, nel desiderio sessuale che ha di Achille: un desiderio tale da indurla, in preda a un gesto di inconsapevolezza, a sbranarlo a morte. ‘Mangiare di baci’, ‘amare da morire’: un ultimo bacio, nel finale, e Pentesilea si appresta a morire. Evocativa, la conclusione della tragedia, della vicenda personale di Kleist che, con la sua amica Henriette, si suicida con un colpo di pistola sulle rive del Wannsee.

Ancora un salto nel tempo, a questo punto, per concludere un percorso di Amore e morte: dal mito greco a Truffaut. Il regista francese scopre, giovanissimo, su una bancarella – siamo nel ’53 - un romanzo, intitolato Jules et Jim, che lo colpisce al punto da desiderare di conoscerne l’autore, Henri-Pierre Roché, al quale peraltro resta legato da una profonda amicizia. Qualche anno più tardi, durante le riprese del suo primo film, Les quatre cents coups, in una scena girata sotto la pioggia in cui è protagonista Jeanne Moreau, Truffaut ha una sorta d’illuminazione: nessuno, meglio di Jeanne Moreau, potrebbe interpretare Kathe. Chi è Kathe o, stando al film, Catherine? Uscito nel 1962,  esso racconta la storia d’amore che coinvolge Jules e Jim, amici inseparabili, e Catherine, donna volubile, incostante e capricciosa. La donna, infatti, sposa Jules, dal quale ha due bambine, ma ama e seduce Jim, che lei stessa condurrà alla morte, in una magistrale scena di omicidio-suicidio in cui, presente Jules, Catherine si getta in un burrone con Jim, a bordo di una macchina. Catherine ingloba l’altro, lo divora, lo fa proprio nella rete del suo amore, smisurato e continuamente strattonato. Si dà la morte e stessa fine riserva al suo amante, implicitamente complice del gesto. Nel finale Jules, l’unico presente al funerale, assiste alla cremazione dei due amanti che, neppure col gesto estremo della morte, trovano il piacere dell’unione eterna; un divieto imposto dalla legge, infatti, impedisce di mescolare le loro ceneri, come lo stesso Jules vorrebbe. Ancora un amore spezzato, infranto nel momento della sua massima fioritura. Oseremmo definirla una costante, in Truffaut: basti pensare a La signora della porta accanto, altro capolavoro del regista francese che, ricordato anche per la celebre battuta ‘né con te né senza di te’, culmina con l’omicidio-suicidio dei due amanti, in questo caso Fanny Ardant e Gérard Depardieu.

Nel silenzio degli ascoltatori, ipnotizzati da Paola e dalla immediatezza delle sue parole, un ultimo sottofondo musicale, affidato ad Alberto e Lorenzo: La canzone del riformatorio dei Baustelle. A conclusione di un incontro a metà strada fra l’onirico e il reale per il quale, ancora emozionanti e piacevolmente storditi, ringraziamo Paola, Alberto e Lorenzo, un passo del romanzo di Roché, che mi permetto di definire un anello di congiunzione fra il mito greco e Truffaut.

Kathe lesse loro, una sera, il suo frammento preferito della Penthesilea di Kleist: dove lei massacra con frenesia un Achille disarmanto e fremente d’amore per lei.«Perché lo uccide?» disse Jim. «Perché lei è in armi, se lui è disarmato? Non può vincerlo diversamente? E perché poi vincerlo, se si amano? Uccidendolo, dà prova di debolezza. Oppure, dopo averlo ucciso, si uccide?». Kathe rispose: «Cosa c’è di più bello di un cuore rosso che vi ama?» E aggiunse: «Io sono al centro del rosso del tuo cuore, Jim: e voglio bere, bere, bere». Jules aveva detto: «Un sorriso arcaico si nutre di latte…. e di sangue». Le labbra di Kathe erano fatto per l’uno e per l’altro.

ALBA QUARATO
Written on Domenica 12 Febbraio 2012 17:41